Un economista del Terzo Mondo, Samir Amin, affronta il problema del sottosviluppo.
Nata dopo la seconda guerra mondiale, l'impresa multinazionale è caratterizzata dal fatto che le sue attività produttive sono sparse per il mondo. Essa è composta di stabilimenti distribuiti sui cinque continenti, realizzando così un modello d'integrazione verticale spesso completa. Tali stabilimenti forniscono i diversi elementi di una serie di prodotti la cui domanda, in espansione, caratterizza l'era del consumo. Si tratta di beni durevoli (elettrodomestici, apparecchiature elettriche, elettroniche, veicoli, ecc.) sempre fortemente individualizzati per mezzo della marca e della necessaria organizzazione di servizi a vendita avvenuta. La dispersione internazionale delle diverse fasi della produzione di questi beni segna la nascita di un processo produttivo mondiale nel senso pieno del termine: alla vecchia divisione internazionale del lavoro, che si concretava nello scambio di prodotti, si sostituisce una divisione interna all'impresa.
La scelta della localizzazione di queste attività integrate fra loro si basa sul confronto fra i salari a parità di produttività. Nell'Asia orientale, il salario orario nella industria tessile varia da 10 a 30 centesimi, contro 2.40 dollari (cioè da otto a ventiquattro volte di più) negli Stati Uniti, per una produttività equivalente; e, nella elettronica, il rapporto è di 1 a 7. Di conseguenza, le imprese hanno interesse a localizzare quegli anelli della catena produttiva che richiedono una quantità relativamente maggiore di lavoro nei paesi dotati di manodopera a buon mercato.
Dal punto di vista della divisione internazionale del lavoro, tale dispersione conduce ad una nuova forma di ineguaglianza fra le nazioni. Al centro sono raccolte le attività di rilevanza strategica, quelle che in gergo si chiamano il software (ricerca e innovazione tecnologica, management), la "materia grigia" in un certo senso, e la produzione delle più complesse fra le attrezzature essenziali, che richiedono una manodopera altamente qualificata. Alla periferia rifluisce l'hardware, la "chincaglieria": la produzione degli elementi che, con l'ausilio delle attrezzature importate, necessitano soltanto di una manodopera non qualificata. Infatti, a dispetto del suo nome, l'impresa sovranazionale rimane nazionale nelle sue origini e nella sua direzione suprema; essa è generalmente nordamericana, e in via accessoria giapponese, inglese o tedesca. Alla vecchia divisione del lavoro, in cui i paesi sottosviluppati fornivano le materie prime e i paesi sviluppati i prodotti manufatti, se ne va sostituendo una nuova, in cui i primi forniscono i prodotti primari e i manufatti, i secondi le attrezzature ed il software.
Tale divisione rafforza il ruolo della centralizzazione del potere decisionale e dell'innovazione tecnologica; per questa via, essa riproduce le proprie condizioni di esistenza, scindendo il mercato mondiale del lavoro in compartimenti stagni nazionali caratterizzati da forti ineguaglianze di remunerazione. Lo scambio ineguale si approfondisce trasferendosi all'interno dell'impresa.
Gli effetti di questa nuova ineguaglianza sono molteplici. In primo luogo, la divisione internazionale del lavoro priva la periferia di qualunque iniziativa nel campo del proprio sviluppo, e in tal modo vanifica ogni potenzialità non solo di "recupero" in termini di consumo, ma perfino di aspirazione ad una qualsiasi autonomia, anche solo culturale e politica. Inoltre, essa restringe la gamma dei trasferimenti di valore dalla periferia verso il centro. [...] Questa divisione del lavoro disgrega le economie e le società periferiche. In effetti gli anelli mancanti si moltiplicano in conseguenza della centralizzazione degli anelli direttivi al centro e della dispersione degli anelli dipendenti in diverse localizzazioni, così da dar vita alla concorrenza fra "piccole nazioni" e da ridurre il loro potere contrattuale. L'azienda multinazionale aggrava la concorrenza fra paesi sottosviluppati, riproducendo in essi strutture parallele che rendono impossibile lo sviluppo di complementarità integrative all'interno di ambiti economici più ampi (condizione necessaria, quest'ultima, di uno sviluppo autonomo). Sul piano delle ineguaglianze settoriali regionali e del mercato del lavoro, la concentrazione delle attività in alcune città, in cui le economie esterne sono massime, aggrava le distorsioni, in particolare tra città e campagna. Occupando poca manodopera e non permettendo la trasformazione dell'agricoltura e dei settori arretrati dell'economia sottosviluppata, queste installazioni non portano alcuna soluzione al problema della disoccupazione: al contrario lo aggravano, accelerando la disarticolazione della società.