Teatro di frequenti colpi di stato che aprono le porte a pesanti dittature militari, il continente latino americano, nei primi decenni del secondo
dopoguerra, non conosce che temporanei periodi di debole democrazia.
Nel clima di violenza e intimidazione che le dittature impongono, le forze rivoluzionarie, fautrici di un rinnovamento
della società, non hanno spazi democratici né forme legali per far sentire la propria voce. Il ricorso alla violenza e alla guerriglia
sembra allora la sola forma di lotta contro le dittature. In alcune nazioni come Cuba, Nicaragua, Haiti è proprio la guerriglia che abbatte i governi
dittatoriali rispettivamente di Fulgencio Batista (1959), Anastasio Somoza (1979), Claude Duvalier (1987). Uno dei contributi più ampi e articolati
alla teoria della guerriglia è offerto dagli articoli e dagli opuscoli scritti nel 1959 da Ernesto Guevara (detto il "Che", che in argentino
significa "mio", 1928-1967). Medico argentino appartenente a una agiata famiglia dedica buona parte della sua esistenza proprio alla guerriglia,
dapprima a Cuba, con Castro (che lo farà suo ministro nel governo dell'isola), poi in Congo e infine in Bolivia, dove l'8 ottobre 1967 sarà
ucciso dai militari.
Non c'è forse Paese al mondo in cui il termine "guerrigliero" non simboleggi per il popolo un'aspirazione alla libertà. Solo a Cuba questo termine aveva un'accezione negativa. Questa rivoluzione, profondamente liberatrice sotto ogni aspetto, riabilita anche questa parola. È noto che i simpatizzanti del regime schiavista spagnolo, che presero in forma irregolare le armi per difendere la Corona del re di Spagna, erano dei guerriglieri; da allora a Cuba questa parola era rimasta a simboleggiare tutto quello che v'era di cattivo, di retrogrado e di marcio nel Paese. Pure il guerrigliero non è questo, anzi, l'esatto contrario; è il combattente della libertà per eccellenza, l'eletto del popolo, l'avanguardia combattente del popolo nella sua lotta di liberazione. Perché la guerra di guerriglia non è, come si pensa, una guerra minuscola, la guerra di un gruppo minoritario contro un esercito potente; no, la guerra di guerriglia è la lotta di tutto il popolo contro l'oppressione dominante. Il guerrigliero è la sua avanguardia armata, l'esercito lo costituiscono tutti gli abitanti di una regione o di un Paese. Questa è la ragione della sua forza e prima o poi del suo trionfo su qualsiasi potere che tenti di opprimerlo; vale a dire che la base e il fondamento della guerriglia stanno nel popolo. È assurdo supporre che piccoli gruppi armati, per prestigiosa che sia la loro mobilità e la loro conoscenza del terreno, possano sopravvivere alla persecuzione organizzata di un esercito ben equipaggiato senza questo ausiliario potente. Prova ne sia che tutti i banditi, tutte le bande di fuorilegge finiscono per essere sconfitti dal potere centrale, sebbene molte volte questi banditi rappresentano per gli abitanti della regione qualcosa di più, e quand'anche in forma caricaturale, una lotta per la libertà. L'esercito guerrigliero, esercito popolare per eccellenza, deve a livello individuale possedere le migliori virtù del migliore soldato del mondo e avere una disciplina rigidissima. Il fatto che in esso non vigano le formalità della vita militare, che non vi sia colpo di tacchi, né attenti, né un rapporto subalterno davanti al superiore, non significa che non vi sia disciplina. Quella del guerrigliero è una disciplina interiore, che nasce da una convinzione profonda dell'individuo della necessità di obbedire al superiore, non solo per salvaguardare la consistenza dell'organismo armato a cui appartiene, ma anche per difendere la propria vita. [..,]
Ed eccoci a un aspetto importante: quali sono le qualità necessarie, sul piano tattico, al guerrigliero? Abbiamo detto che deve conoscere il terreno e le sue vie di accesso e di ritirata, che deve muoversi rapidamente, avere l'appoggio del popolo, sapere dove nascondersi. Tutto ciò indica evidentemente che il guerrigliero svilupperà la sua azione in zone rurali e poco popolate. In queste regioni, la lotta di rivendicazione del popolo si situa prevalentemente, e quasi esclusivamente, sul piano della trasformazione che deve prodursi nella composizione sociale della proprietà della terra. In altri termini, il guerrigliero è prima di tutto un rivoluzionario agrario.
È l'interprete delle grandi masse contadine che vogliono essere padrone della terra, dei loro mezzi di produzione, del loro bestiame, di tutto quello per cui hanno lottato per anni, di ciò che costituisce la loro vita e che sarà anche la loro tomba. [...]
Molto importanti sono gli atti di sabotaggio. Occorre distinguere chiaramente tra sabotaggio, misura rivoluzionaria di guerra, altamente efficace, e terrorismo, metodo in generale piuttosto inefficace, con conseguenze indiscriminate che provocano vittime spesso innocenti, e che costa un gran numero di vite utili alla rivoluzione. Il terrorismo va considerato positivamente quando serve a giustiziare qualche noto dirigente delle forze di repressione, che si sia distinto per la sua crudeltà, la sua efficienza nelle repressioni, per una serie di fattori che rendono utile la sua eliminazione; non è mai consigliabile, invece, l'uccisione di persone di poco conto, che provoca un aggravarsi della repressione, col suo seguito di morti. [...]
Non si deve utilizzare il sabotaggio per mettere fuori uso i mezzi di produzione, in modo cioè da bloccare un settore qualsiasi della popolazione, né si deve lasciare la gente senza lavoro senza che questa paralisi influisca sulla vita normale di una società; un'azione di sabotaggio contro una fabbrica di bibite ghiacciate è una cosa ridicola, ma è assolutamente corretta e raccomandabile contro una centrale elettrica. Nel primo caso alcuni operai vengono privati del lavoro, senza che per questo il ritmo della vita industriale subisca modifiche; nel secondo caso si avrà un certo numero di operai senza lavoro, ma ciò sarà pienamente giustificato dalla completa paralisi della vita della regione.