8. La decolonizzazione
8.3. Non allineamento e sottosviluppo

La dipendenza economica dell'America Latina

In questo testo è presentato un quadro sintetico dell'evoluzione delle economie latinoamericane nel ventennio 1950-1970, un periodo che coincise con la fase generale di ristagno e col fallimento dei tentativi di industrializzazione e di modernizzazione dell'agricoltura e che vide pertanto accentuarsi la storica dipendenza delle economie dell'America Latina rispetto a quella degli Stati Uniti.

In questo ventennio gli squilibri e le tensioni acquistano dimensioni tali da preoccupare non solo le classi dirigenti dei paesi latinoamericani, ma anche quelle potenze, specialmente gli Stati Uniti, per le quali il problema latinoamericano potrebbe diventare così esplosivo da intaccare l'equilibrio politico mondiale.

Dopo il 1950, lo sviluppo economico latinoamericano si rallenta. Il reddito nazionale, tenuto conto dell'incremento demografico, passa dal 2.7% annuo tra il 1945 e il 1950 all'1.7% annuo tra il 1950 e il 1961. Esso tende cioè a svilupparsi con un ritmo sostanzialmente identico a quello della popolazione, il che non vuoi dire sviluppo bensì ristagno economico.

La caduta del tasso di sviluppo del reddito nazionale dei paesi latinoamericani dopo il 1950 è dovuta a due fenomeni strettamente collegati tra loro: l'evoluzione del commercio estero e l'evoluzione del settore industriale.

Per quanto riguarda l'evoluzione del commercio estero, notiamo che tra il 1950 e il 1960, mentre le esportazioni latinoamericane aumentano da 6.5 a 8.6 miliardi di dollari, le importazioni aumentano più rapidamente, da 5.4 a 8.2 miliardi di dollari. La maggiore espansione delle importazioni contribuì a rendere negativa la bilancia dei pagamenti, che nel periodo precedente, grazie al maggior valore delle esportazioni rispetto alle importazioni, riusciva a coprire il saldo negativo delle partite correnti e delle rimesse di capitali [...].

Siccome l'evoluzione negativa della bilancia dei pagamenti minacciava a corto termine l'intera struttura economica, si cercò di coprire il crescente disavanzo favorendo gli investimenti esteri e ottenendo nuovi prestiti che servirono specialmente per coprire il disavanzo della bilancia dei pagamenti. I prestiti ai governi latinoamericani da parte degli Stati Uniti si raddoppiarono tra il 1957 e il 1962, passando da 320 a 656 milioni di dollari all'anno; anche gli investimenti diretti accumulati si duplicarono tra il 1950 e il 1963 passando da 4.7 a 8.6 miliardi di dollari.

L'incremento degl'investimenti e dei prestiti americani determinò però la quasi totale dipendenza dagli stessi del tasso di sviluppo del reddito nazionale, aumentando così ulteriormente la già forte soggezione delle economie latinoamericane all'economia statunitense.

Si creò cosi la condizione per lo sviluppo a medio e a lungo termine di uno squilibrio più profondo, poiché le crescenti quantità di capitali finirono coll'essere investite non solo nel settore tradizionalmente controllato dagli investimenti stranieri, quello che produce beni per l'esportazione, ma anche nei nuovi settori produttivi sviluppatisi nel periodo precedente grazie al notevole sforzo economico dei governi latinoamericani, specialmente nel settore industriale. Gli investimenti diretti americani nell'industria latinoamericana aumentarono da 780 milioni a 2.1 miliardi di dollari tra il 1950 e il 1963, cioè si triplicarono, mentre gli investimenti totali, come abbiamo detto, si duplicarono. La progressiva e sostenuta penetrazione del capitale americano nel settore industriale è uno dei fattori, e non il meno importante, che spiegano la caduta del tasso di sviluppo industriale e quindi del tasso del reddito nazionale, che nel periodo precedente erano strettamente vincolati. Il settore industriale in America Latina finì così col diventare un settore dipendente non solo dai centri finanziari e industriali americani ed europei, ma anche dalle esigenze delle economie dominanti.

La caduta del tasso di sviluppo industriale dipende anche da un altro elemento, e cioè dal fatto che verso il 1950 si esaurì il processo mirante alla sostituzione, mediante produzione locale, dei beni prima importati, mentre si dimostrarono vani gli sforzi dei governi latinoamericani per creare un'industria di base. Le difficoltà per la creazione di un'industria pesante derivavano non soltanto dalla dipendenza finanziaria e tecnologica del settore industriale dai centri di dominazione economica mondiale, ma anche dal fatto che i mercati nazionali erano troppo ristretti per assicurare uno sbocco adeguato a questo tipo di beni. A questo secondo inconveniente si cercò di ovviare con la creazione delle aree di libero scambio (Area Latinoamericana di Libero Scambio - Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay, Cile, Perù, Ecuador e Colombia -, Patto Andino - Cile, Perù, Ecuador, Colombia - e Mercato Comune Centroamericano).

La situazione economica però continuò a peggiorare per l'inadeguatezza della politica economica dei paesi latinoamericani; ancora dopo il 1960, infatti, si seguitò a concedere un'attenzione prioritaria allo sviluppo industriale, malgrado la comparsa di una tendenza di politica economica meno settoriale e più globale, il cui strumento è la programmazione. Grazie a questo nuovo orientamento, tornò a porsi il problema della struttura agraria; ma ben presto i fautori di questa politica si accorsero che qualsiasi intervento statale nell'agricoltura avrebbe condotto a uno scontro frontale con l'oligarchia. Per evitarlo, negli anni immediatamente precedenti il 1970, si cercò di attuare una politica riformistica di tipo moderato, che aveva come scopo principale quello d'intervenire nella struttura agraria per aumentare la produzione. Questa impostazione produttivistica si rivelò ben presto, nei paesi dove fu applicata, un grosso fallimento poiché una riforma agraria così concepita abbisognava d'ingenti capitali, che i governi non erano in grado d'investire e che non riuscirono a ottenere in prestito dagli Stati Uniti.

Le illusioni riformistiche, di cui le classi medie latinoamericane si erano in passato fatte portavoci, finirono così col naufragare, non soltanto per l'andamento estremamente negativo dell'economia, ma anche per l'aumento del tasso demografico e la conseguente acutizzazione dei problemi sociali. Il tasso demografico, grazie al precedente sviluppo delle infrastrutture sanitarie e quindi al calo della mortalità, aumentò dal 2.5 al 2.9% annuo tra il 1945-1950 e il 1955-1960.

L'incremento dello sviluppo demografico e il rallentamento dello sviluppo economico particolarmente nel settore agrario provocarono un ristagno della popolazione attiva nelle zone rurali mentre raddoppiò la popolazione attiva nelle zone urbane. Le città che conobbero un incremento demografico più rapido furono, come nel periodo precedente, le capitali e i porti, che al giorno d'oggi assorbono tra il 20 e il 40% della popolazione totale dei paesi latinoamericani. Ma poiché il tasso d'espansione dell'urbanesimo è superiore a quello delle attività economiche urbane, il gruppo sociale che si sviluppò più rapidamente fu il sottoproletariato urbano che diventò più numeroso della classe operaia e non potè più essere ignorato dai governi. Questi, nel migliore dei casi, cercarono d'inserire più saldamente questo sottoproletariato nel contesto urbano, dotando le baracche di certi servizi indispensabili, ma eludendo il problema fondamentale che è quello di fornire al sottoproletariato un'occupazione. Il profondo malessere di questo gruppo aprì delle possibilità alle formazioni politiche di sinistra, ma anche a quelle di destra, dato lo scarso sviluppo della coscienza politica di questo settore sociale, e permise quindi alle une e alle altre di rimettere in discussione l'assetto politico esistente. Tale assetto è minacciato, dopo il 1950, anche dai contadini i quali, nei paesi dove si tentò di applicare la riforma agraria, subirono un notevole deterioramento delle condizioni di vita, poiché le riforme agrarie finirono col distruggere i rapporti di tipo feudale esistenti nelle grandi proprietà, accentuando così la proletarizzazione delle masse contadine iniziatasi nel periodo precedente. Per il loro precario livello di vita, né il sottoproletariato urbano né le masse contadine permettono di avallare tentativi riformistici simili a quelli del periodo precedente.

Per completare il quadro delle nuove forze sociali e politiche, si deve aggiungere che le classi medie, dopo il fallimento della politica riformistica, finirono con lo sviluppare delle tendenze favorevoli alla conservazione dell'assetto raggiunto negli anni 1950, o col radicalizzarsi appoggiando soluzioni politiche di rottura.

Quanto alle oligarchie, forti del nuovo potere economico conquistato nel periodo precedente, esse finirono coll'accettare parzialmente le soluzioni riformistiche. Questa acccttazione si tradusse nel progressivo abbandono dei partiti della destra tradizionale (conservatore e liberale), a favore dei partiti politici delle classi medie, come la Democrazia Cristiana in Cile e in Venezuela.

Dopo il 1960 il precario equilibrio economico precedentemente ricordato venne meno per due motivi: in primo luogo, perché i nuovi prestiti e i nuovi investimenti divennero così gravosi da costringere l'America Latina a sborsare ogni anno maggiori quantità di valuta pregiata per interessi e profitti: i capitali che per queste voci escono dalle economie latinoamericane aumentarono da 3.5 a 5.2 miliardi annui tra il 1960 e il 1968. In secondo luogo, perché l'afflusso di nuovi capitali esteri e principalmente americani cominciò a calare in seguito alla diminuzione del tasso di profitto e alle ondate di espropri avvenute a Cuba, in Perù, in Bolivia e più recentemente in Cile.

Venendo meno le basi del precario equilibrio economico preesistente, lo scontento sociale e politico non riesce più ad essere arginato e conduce a sbocchi politici che, malgrado l'intervento americano, diventano sempre più radicali.