8. La decolonizzazione
8.2. Le vie della decolonizzazione

La non-violenza

Il brano qui riportato è tratto da una raccolta di riflessioni e massime stilate negli anni della lotta per l'indipendenza da Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948), il prestigioso leader del movimento nazionale indiano. Vi sono esposti alcuni dei principi basilari della dottrina e della prassi gandhiana: la non-violenza (ahimsa, che in antico sanscrito significa "non nuocere") e l'"insistenza sulla verità" (in sanscrito satyagraha), su cui si fonda la pratica della disobbedienza civile. Principi che si riallacciavano a tradizioni presenti nelle religioni orientali, ma che erano destinati a diffondersi in tutto il mondo e a diventare patrimonio di molti movimenti di contestazione e di opposizione al potere costituito. Si noti come la non-violenza sia concepita da Gandhi come uno strumento attivo di lotta, e mai come passiva rassegnazione rispetto all'ingiustizia.

La non-violenza è la forza più grande di cui disponga l'umanità. È più potente della più potente arma di distruzione escogitata dall'ingegnosità dell'uomo. La distruzione non è la legge degli uomini. L'uomo vive liberamente in quanto è pronto a morire, se necessario, per mano di suo fratello, mai a ucciderlo. Qualsiasi assassinio o altra lesione, commessa o inflitta a un altro, non importa per quale ragione, è un crimine contro l'umanità.

La prima condizione della non-violenza è la giustizia, dovunque, in ogni settore della vita. Forse, è esigere troppo dalla natura umana. Io però non lo penso. Nessuno dovrebbe dogmatizzare sulla capacità di degradazione o elevazione della natura umana.

Come nell'addestramento alla violenza occorre imparare l'arte di uccidere, così nell'addestramento alla non-violenza occorre imparare l'arte di morire. La violenza non significa liberazione dal timore, ma scoperta dei mezzi per combatterne la causa. La non-violenza invece non ha alcun motivo di temere. Il seguace della non-violenza deve coltivare la capacità al sacrificio più grave per liberarsi dal timore. Non si preoccupa di perdere la patria, la ricchezza, la vita. Chi non ha superato qualsiasi timore, non può praticare la ahimsa alla perfezione. Il seguace dell'ahimsa ha un solo timore, il timore di Dio. [...] Perciò l'addestramento alla non-violenza è diametralmente opposto all'addestramento alla violenza. La violenza è necessaria per la salvaguardia delle cose esteriori, la non-violenza è necessaria per la salvaguardia dell'Atma [se stesso, è un termine sanscrito con cui si indica l'anima], per la salvaguardia del proprio onore.

Se amiamo coloro che ci amano, questa non è non violenza. Non-violenza è amare coloro clic ci odiano. So quanto sia difficile seguire questa sublime legge dell'amore. Ma le cose grandi e buone non sono tutte difficili? L'amore per il nemico è la più difficile di tutte. Ma con la grazia di Dio anche questa cosa difficilissima diventa facile a farsi, se lo vogliamo. [...]

La resistenza passiva è il metodo di salvaguardare i diritti mediante la sofferenza personale; è l'opposto della resistenza armata. Quando rifiuto di fare una cosa che ripugna alla mia coscienza, uso la forza dell'anima. Per esempio, il governo del giorno ha approvato una legge che è applicabile a me. Essa non mi piace. Se usando la violenza costringo il governo ad abrogare la legge, uso quella che si potrebbe chiamare la forza del corpo. Se non ubbidisco alla legge e accetto la pena di questa infrazione, uso la forza dell'anima. Ciò comporta un sacrificio personale. Tutti ammettono che il sacrificio personale è infinitamente superiore al sacrificio degli altri. Inoltre, se questo tipo di forza è usato in una causa ingiusta, soffre soltanto la persona che la usa; e non fa soffrire gli altri per i propri errori. In passato gli uomini hanno fatto molte cose che in seguito si rivelarono sbagliate. Nessuno può pretendere di essere assolutamente dalla parte della ragione, o che una data cosa è sbagliata perché egli la considera tale, ma è sbagliata, per lui, in rapporto al suo ponderato giudizio. È perciò conveniente che egli faccia quello che crede essere sbagliato e ne sopporti le conseguenze quali che siano. Questa è la chiave dell'uso della forza spirituale.

Potreste indubbiamente dire che non vi può essere una ribellione non-violenta e che non se ne conosce nessuna nella storia. Bene, è mia ambizione fornirne un esempio, e mio sogno che il mio Paese possa ottenere la libertà con la non-violenza. E vorrei ripetere al mondo, infinite volte, che non conquisterò la libertà del mio Paese sacrificando la non-violenza. Le mie nozze con la non-violenza sono una cosa così assoluta che preferirei il suicidio piuttosto che deflettere dalla mia posizione. Non ho menzionato la verità a questo proposito, semplicemente perché la verità non può manifestarsi che con la non-violenza. [...]

La non-violenza è una forza che può essere usata ugualmente da tutti - fanciulli, giovani uomini e donne o adulti - purché abbiano una fede viva nel Dio d'amore e perciò un uguale amore per tutta l'umanità. Quando la non-violenza è accettata come legge di vita, deve pervadere tutta l'esistenza e non essere applicata ad atti isolati. [...]

Non mi oppongo al progresso della scienza come tale. Al contrario, lo spirito scientifico dell'Occidente suscita la mia ammirazione, e se questa ammirazione è limitata, lo è perché lo scienziato dell'Occidente non si cura delle più umili creature di Dio. Aborro la vivisezione con tutta l'anima. Detesto l'imperdonabile strage della vita innocente in nome della scienza e della cosiddetta umanità, e ritengo che non abbiano nessuna importanza tutte le scoperte scientifiche macchiate di sangue innocente. Se non si fosse potuto scoprire la legge della circolazione del sangue senza ricorrere alla vivisezione, il genere umano avrebbe potuto benissimo farne a meno. E vedo chiaramente spuntare il giorno in cui l'onesto scienziato dell'Occidente porrà dei limiti ai metodi odierni di conquistare il sapere.

La non-violenza non è una cosa facile da comprendere, meno ancora da praticare, deboli come siamo. Dobbiamo agire tutti con devozione e umiltà, chiedendo continuamente a Dio di aprirci gli occhi dell'intelletto, sempre pronti ad agire secondo la luce che quotidianamente riceviamo. Oggi, perciò, il mio compito di amante e promotore della pace consiste in un'incrollabile fedeltà alla non-violenza nella campagna per la riconquista della nostra libertà. E se l'India riesce a riconquistare la libertà in tal modo, questo sarà il massimo contributo alla pace del mondo.

La resistenza passiva è una spada universale; può usarsi in ogni caso; benedice colui che la usa e colui contro il quale viene usata. Senza spargere una goccia di sangue ottiene risultati di vasta portata. Non arrugginisce mai e non può essere rubata.

La disubbidienza per essere civile dev'essere sincera, rispettosa, contenuta, mai provocante, deve basarsi su principi bene assimilati, non dev'essere capricciosa e soprattutto non deve nascondere rancore e odio. [...]

Non si è mai fatto nulla su questa terra senza un'azione diretta. Rifiuto il termine "resistenza passiva" per la sua inadeguatezza e perché è interpretata come l'arma dei deboli.

La non-violenza presuppone la capacità di colpire. È un freno consapevole e deliberato posto al proprio desiderio di vendetta. Ma la vendetta è sempre superiore alla sottomissione passiva, effeminata e impotente. Il perdono nondimeno è più alto. Anche la vendetta è debolezza. Il desiderio di vendetta deriva dalla paura di un torto, immaginario o reale. Un uomo che non teme nessuno sulla terra considererebbe un fastidio perfino fare appello all'ira contro chi vanamente cerca di offenderlo.

La non-violenza e la viltà vanno male insieme. Posso immaginare un uomo completamente armato che in fondo sia un vile. Il possesso di armi sottintende un elemento di paura, se non di viltà. Ma la vera non-violenza è impossibile, se non si possiede autentico coraggio.

La mia fede nella non-violenza è una forza estremamente attiva. Non lascia posto alla viltà e neppure alla debolezza. Vi è speranza che il violento diventi un giorno non-violento, ma per il vile non ve n'è alcuna. Perciò ho detto più volte in queste pagine che se non sappiamo difendere noi stessi, le nostre donne e i nostri luoghi di culto con la forza della sofferenza, vale a dire con la non-violenza, dobbiamo almeno, se siamo uomini, essere capaci di difendere tutto questo combattendo. [...]

La mia non-violenza non ammette che si fugga dal pericolo e si lascino i propri cari privi di protezione. Tra la violenza e una fuga codarda, posso soltanto preferire la violenza alla codardia. Non posso predicare la non-violenza a un vile, più di quanto non possa indurre un cieco a godere di scene salutari. La non-violenza è il culmine del coraggio. E nella mia esperienza non ho incontrato difficoltà a dimostrare a uomini allevati alla scuola della violenza la superiorità della non-violenza. Vile, quale fui per anni, albergavo la violenza. Cominciai ad apprezzare la non-violenza solo quando cominciai a liberarmi dalla viltà.