Lo psichiatra nero Frantz Fanon, nativo delle Antille francesi (1925-1961) fu un dirigente politico nella guerra di indipendenza d'Algeria. Il suo libro I dannati della terra, uscito nel 1961, può essere considerato il manifesto della ribellione dei popoli colonizzati nelle sue forme più radicali: in esso — come risulta dal brano seguente — si teorizza il carattere necessario e positivo della violenza intrinseca al processo di decolonizzazione.
La violenza che ha presieduto all'assetto del mondo coloniale, che ha ritmato instancabilmente la distruzione delle forme sociali indigene, demolito senza restrizioni i sistemi di riferimento dell'economia, i modi di comparire, di vestire, sarà rivendicata e assunta dal colonizzato al momento in cui, decidendo di essere la storia in atto, la massa colonizzata investirà le città proibite. Far saltare il mondo coloniale è ormai un'immagine di azione molto chiara, molto comprensibile e che può essere ripresa da ciascuno degli individui che costituiscono il popolo colonizzato. Disgregare il mondo coloniale non significa che dopo l'abolizione delle frontiere si creeranno vie di passaggio tra le due zone. Distruggere il mondo coloniale è né più né meno abolire una zona, seppellirla nel più profondo del terreno o espellerla dal territorio.
La ripresa in esame del mondo coloniale da parte del colonizzato non è un confronto razionale dei punti di vista. Non è un discorso sull'universale, ma l'affermazione tumultuosa d'un'originalità posta come assoluta. Il mondo coloniale è un mondo manicheo. Non basta al colono limitare fisicamente, vale a dire con l'aiuto della sua polizia e della sua gendarmeria, lo spazio del colonizzato. Come ad illustrare il carattere totalitario dello sfruttamento coloniale, il colono fa del colonizzato una specie di quintessenza del male. La società colonizzata non è solo descritta come una società priva di valori. Non basta al colono affermare che i valori hanno abbandonato, o meglio non hanno mai abitato, il mondo colonizzato. L'indigeno lo si dichiara impermeabile all'etica, assenza di valori, ma anche negazione dei valori. [...] In questo senso, è il male assoluto. [...]
A volte tale manicheismo arriva fino in fondo alla sua logica e disumanizza il colonizzato. A rigor di termini, lo animalizza. E, difatti, il linguaggio del colono, quando parla del colonizzato, è un linguaggio zoologico. Si fa allusione ai movimenti serpeggianti dell'indocinese, agli effluvi della città indigena, alle orde, al puzzo, al pullulare, al brulicare, ai gesticolamenti. Il colono, quando vuole descrivere bene e trovare la parola giusta, si riferisce costantemente al bestiario. L'europeo incorre di rado nei termini "immaginosi". Ma il colonizzato, che coglie il progetto del colono, la causa precisa che gli viene intentata, sa subito a che cosa si pensa. Quella demografia galoppante, quelle masse isteriche, quei visi da cui ogni umanità si è dileguata, quei corpi obesi che non assomigliano più a niente, quella coorte senza capo né coda, quei bambini che sembrano non appartenere a nessuno, quella pigrizia sciorinata sotto il sole, quel ritmo vegetale, tutto ciò fa parte del lessico coloniale. Il generale De Gaulle parla delle "moltitudini gialle" e Mauriac delle masse nere, brune e gialle che presto traboccheranno. Il colonizzato sa tutto questo e ride di cuore ogni volta che si scopre animale nelle parole dell'altro. Poiché sa di non essere un animale. E appunto, al tempo stesso che scopre la sua umanità, comincia ad affilare le armi per farla trionfare. [...]
Che cos'è dunque, in realtà, questa violenza? L'abbiamo visto, è l'intuizione che hanno le masse colonizzate che la loro liberazione deve farsi, e non può farsi, se non con la forza. Per quale aberrazione mentale questi uomini senza tecnica, affamati e indeboliti, non rotti ai metodi organizzativi, giungono, di fronte alla potenza economica e militare dell'occupante, a credere che soltanto la violenza potrà liberarli? Come possono sperare di trionfare?
Poiché la violenza, e qui lo scandalo, può costituire, in quanto metodo, la parola d'ordine d'un partito politico. Quadri possono chiamare il popolo alla lotta armata. Occorre riflettere su questa problematica della violenza. Che il militarismo tedesco decida di regolare i suoi problemi di frontiera con la forza non ci stupisce affatto, ma che il popolo angolose, per esempio, decida di prendere le armi, che il popolo algerino respinga ogni metodo che non sia violento, prova che qualcosa è successo o sta succedendo. Gli uomini colonizzati, schiavi dei tempi moderni, sono impazienti. Sanno che solo questa follia può sottrarli all'oppressione coloniale. Un nuovo tipo di rapporti si è stabilito nel mondo. I popoli sottosviluppati fanno scricchiolare la loro catena e lo straordinario è che ci riescano. Si può pretendere che, all'ora dello sputnik, è ridicolo morire di fame, ma per le masse colonizzate la spiegazione è meno lunare. La verità è che nessun paese colonialista è oggi capace di adottare la sola forma di lotta che avrebbe una probabilità di riuscita: l'installazione prolungata di forze di occupazione considerevoli.