La lotta per l'indipendenza si manifestò con una radicale critica del sistema imperialistico, di cui forse l'esempio più significativo è il testo di Frantz Fanon del 1961 I dannati della terra. Il successo però dipese anche dall'atteggiamento degli stati coloniali e dai nuovi equilibri internazionali. In generale, comunque, a causa del pesante indebitamento dovuto alla guerra e della crescente pressione dell'opinione pubblica, la decolonizzazione si realizzò per via pacifica. Fu il caso dell'Olanda con l'Indonesia di Sukarno; dell'India britannica sotto la guida di Gandhi e Nerhu; del Marocco, della Tunisia e dell'Africa nera. Su circa 100 nuovi stati le separazioni violente furono sostanzialmente tre: in Asia con la guerra di Indocina (1945-1954); nel Maghreb con la guerra d'Algeria (1954-1962) e nell'Africa nera con le guerre di liberazione in Angola, Mozambico e Guinea, tra il 1961 e 1975. L'ultima aggressione imperialista franco-inglese contro l'Egitto di Gamal Nasser, l'occupazione del canale di Suez nel 1956, fu invece sventata grazie alle pressioni di USA e URSS. Gli USA adottarono, però, una politica ambigua nei confronti della decolonizzazione: anticoloniale là dove l'URSS non appariva come una minaccia, a sostegno dei francesi o inglesi dove la loro presenza poteva essere utilizzata contro l'espansione comunista. Fu il caso del regime dello scià in Iran (1953-1979) e dell'Indocina che, dopo la sconfitta francese a Dien Bien Phu (1954), vide l'intervento diretto americano.
L'indipendenza della Cina fu il frutto di una lunga guerra civile tra le forze nazionaliste di Chang-Kai-Shek e quelle comuniste di Mao Tse-tung. I nazionalisti ritenevano di poter sconfiggere, con l'aiuto americano, l'esercito popolare cinese che, invece, tra il 1946 e il 1949 riuscì a controllare tutto il paese e a proclamare la Repubblica popolare cinese. Chang-Kai-shek si rifugiò nell'isola di Taiwan fondando la Cina nazionalista.