La seconda guerra mondiale esercitò un forte e al tempo stesso paradossale influsso sugli atteggiamenti delle potenze imperiali: essa rese la decolonizzazione un problema pressante proprio mentre offriva incentivi di carattere emotivo e pratico a ostacolarla o a posticiparla.
La decolonizzazione s'impose come un problema urgente poiché gli alleati occidentali stavano dichiaratamente combattendo una guerra contro la tirannide e a sostegno dei diritti dei popoli oppressi. Secondo il presidente degli Stati Uniti Roosevelt ciò valeva non solo per i territori europei occupati dai Tedeschi e per quelli asiatici invasi dal Giappone, ma anche per le colonie, ed egli intendeva usare la sua autorità per indurre la Gran Bretagna a impegnarsi in questo senso nella Carta Atlantica del 1941. Roosevelt si scontrò, su questo punto, con la ferma opposizione di Winston Churchill, ma la pressione americana sulla Gran Bretagna per spingerla a dichiarare ufficialmente la sua intenzione di promuovere il futuro autogoverno delle colonie e a intraprendere iniziative concrete per migliorarne le condizioni sortì un notevole effetto. Nel corso della guerra alcuni circoli governativi britannici cominciarono a pensare seriamente al futuro e fecero propria l'esigenza di accelerare il movimento verso l'autogoverno delle colonie, pur senza stabilire ancora delle scadenze precise per la concessione dell'indipendenza; solo all'India fu promesso, nel 1942, che avrebbe ottenuto lo status di dominion dopo la fine della guerra. Soltanto a partire dal 1947 il Ministero delle Colonie britannico preparò un piano per il graduale trasferimento del potere dalla madrepatria alle varie dipendenze territoriali, un piano basato, però, sul presupposto che il processo avrebbe potuto richiedere una generazione o più.
D'altra parte si stavano verificando eventi importanti, capaci di far slittare qualsiasi cambiamento di fondo nell'atteggiamento degli Europei. In primo luogo, le altre potenze imperiali, a esclusione della Spagna e del Portogallo, vennero occupate dai Tedeschi nel periodo compreso tra il 1940 e il 1945, e quindi non si aprirono alle nuove correnti del pensiero anticolonialista. In secondo luogo, per tutti gli Stati imperiali compresa la Gran Bretagna, uno tra i più importanti obiettivi militari diventò proprio quello di tornare in possesso delle colonie che erano state occupate dalle potenze nemiche, in particolare dei territori del Sudest asiatico e del Pacifico. In terzo luogo, e si tratta dell'elemento più importante, le condizioni dell'economia postbellica resero le colonie di vitale interesse per i loro possessori, in misura maggiore di quanto non fosse mai accaduto in passato. Tutti gli Stati europei dovettero intraprendere una radicale ricostruzione dell'economia nazionale; il loro fabbisogno di capitali e di beni di consumo, importati soprattutto dalle Americhe, era molto elevato, ma la possibilità di pagare le importazioni era stata drasticamente ridotta dalla disorganizzazione in cui versavano le loro economie e, nel caso della Gran Bretagna, dagli enormi debiti con l'estero accumulati durante la guerra. In tali circostanze, le colonie che producevano beni che potevano essere venduti all'estero in cambio di valuta pregiata furono considerate una risorsa vitale della nazione, perduta la quale sarebbe stata seriamente compromessa la possibilità di un'effettiva ripresa economica.
Il risultato fu che dal 1945 sino a buona parte degli anni cinquanta lo slancio del pensiero europeo in direzione della decolonizzazione subì un arresto. Anche la pressione americana fu fortemente ridotta dalla nuova strategia imposta dalla guerra fredda, che faceva apparire la stabilità politica dell'Africa e dell'Asia più importante della lotta per l'affermazione dei principi liberali. L'India dovette essere abbandonata nel 1947, poiché non poteva più essere tenuta sotto controllo; la Birmania lo fu nel 1948, ma essa non era mai stata effettivamente riconquistata dalle truppe britanniche; Ceylon fu anch'essa abbandonata nel 1948, poiché non si poteva continuare a negarle ciò che era stato concesso all'India. Ma gli artefici della politica estera britannica erano ora maggiormente interessati a trovare una formula che soddisfacesse l'opinione pubblica liberale - sia in Gran Bretagna che all'interno del sempre più influente foro intemazionale costituito dalle Nazioni Unite -, rimandando al tempo stesso il trasferimento effettivo del potere. Tale formula constava di due elementi: il processo di liberalizzazione politica sarebbe stato accelerato, iniziando dalla base, con una riforma dei governi locali e, per convincere i popoli assoggettati delle sue buone intenzioni, la Gran Bretagna avrebbe promosso un più sostenuto sviluppo economico e sociale, accollandosene i costi. I Francesi non parlavano ancora di autogoverno, ma intervennero per eliminare alcuni dei più macroscopici abusi del sistema coloniale prebellico - in primo luogo l'obbligo di prestare lavoro nelle imprese pubbliche - e promisero anch'essi grandi miglioramenti economico-sociali. Gli Olandesi erano troppo occupati dai loro tentativi, rivelatisi alla fine del tutto vani, di riguadagnare il controllo dell'Indonesia (che furono costretti dagli Americani a evacuare definitivamente nel 1949) per trovare il tempo di formulare progetti di questo tipo. I Belgi in Congo e i Portoghesi nei loro tenitori africani ignorarono le istanze di decolonizzazione, ma fecero sforzi senza precedenti per incentivare lo sviluppo economico. In conclusione, l'atteggiamento invalso nell'immediato dopoguerra presso l'opinione pubblica europea, e nella maggioranza della sinistra moderata, fu piuttosto riformista che realmente favorevole alla decolonizzazione.
Il punto di svolta per tutti gli Stati europei, eccettuato il Portogallo, si ebbe tra il 1949 e il 1960, quando per la prima volta si registrò la contemporanea influenza degli eventi che si svolgevano nelle colonie e delle considerazioni suggerite dalla situazione in cui versavano gli Stati colonizzatori. Da una parte, il rapido diffondersi nelle colonie di movimenti nazionalisti sollevò questioni concernenti sia la convenienza che la moralità di una loro repressione: gli anni cinquanta, in effetti, videro la nascita, in Gran Bretagna e in Francia, di potenti movimenti antimperialisti che per la prima volta misero in discussione la colonizzazione come fatto in sé. Il trasferimento del potere divenne così un argomento da sbandierare nella competizione elettorale di fronte a tutte le componenti dell'elettorato. Dall'altra parte, l'importanza economica delle colonie per i loro possessori declinò rapidamente, all'incirca a partire dal 1951, a mano a mano che la ricostruzione europea procedeva con successo e che il prezzo dei prodotti di esportazione coloniali andava calando in seguito alla guerra di Corea, conclusasi nel 1952. L'Europa non aveva più bisogno di mantenere sulle colonie lo stesso grado di controllo che aveva esercitato in passato; al contrario, alla fine degli anni cinquanta il prevedibile peso del sostegno economico promesso ai territori coloniali cominciò a farsi sentire: si comprese che, qualora essi avessero ottenuto la libertà, avrebbe potuto essere posto qualche li mite al deflusso di capitali dall'Europa.
Il risultato della combinazione di questi fattori fu che, piuttosto inaspettatamente, verso la fine degli anni cinquanta tutte le principali potenze coloniali adottarono una politica di decolonizzazione che prevedeva il trasferimento del potere a tutte le colonie, da attuare in tempi brevi e senza le molte riserve espresse in passato sulla loro capacità di amministrare efficientemente i propri affari. Gli Inglesi si mossero con grande rapidità dopo il 1959; la Francia di De Gaulle pose fine nel 1960 al controllo politico sui propri possedimenti africani. Nello stesso anno i Belgi, senza aver compiuto alcun preparativo, evacuarono improvvisamente il Congo. L'Italia non aveva più recuperato le sue colonie africane dopo la fine della guerra. Così, soltanto la Spagna e il Portogallo rimanevano nella posizione di colonialisti convinti: la Spagna abbandonò le sue piccole colonie africane dopo il 1969, il Portogallo rinunciò al suo impero tra il 1974 e il 1975, in seguito a una rivoluzione interna.
La decolonizzazione può dunque essere spiegata, entro certi limiti, con un mutamento radicale nell'atteggiamento degli Europei. Tuttavia il momento in cui tale mutamento è avvenuto e la velocità con cui si è attuato sono stati condizionati in ultima analisi dal grado di resistenza che le potenze coloniali hanno incontrato nei rispettivi possedimenti. È quindi necessario analizzare brevemente il sorgere del nazionalismo colonia le e il significato che esso ha avuto nel processo di decolonizzazione.