Risoluzione dell' Assemblea plenaria del Liceo di Mendrisio

 

I docenti del Liceo di Mendrisio si astengono durante la mattina di oggi, 12 novembre 2003, dalle normali attività didattiche, in segno di protesta contro le misure di risparmio proposte dal Governo e per discutere, con gli studenti, i loro genitori e il personale parascolastico, dei problemi che una politica di risparmio potrebbe acuire nella scuola pubblica.

 

Il peggioramento della condizione dei docenti

Tra le misure di risparmio proposte senza alcuna consultazione delle parti, figura anche l'aumento di un'ora di lezione settimanale per ogni insegnante. Ciò significa una decurtazione salariale di fatto, in quanto comporta un aumento non retribuito dell'onere di lavoro.

È inoltre importante rilevare che la misura proposta non si risolve in un semplice aumento di un'ora, perché le materie con una dotazione oraria di un'ora settimanale costituiscono l'eccezione, non la norma; perciò i docenti un anno sì e un anno no si vedranno assegnare non un'ora, ma un'intera classe in più, con un pacchetto che, in certe materie, potrà raggiungere le quattro o cinque ore settimanali. Il peggioramento delle condizioni di lavoro appare evidente.

Negli ultimi anni, l'onere di lavoro degli insegnanti è già stato oggetto di effettivi aumenti: ne è un esempio l'obbligo per i docenti di scuola media (introdotto nel Regolamento del 1996) di destinare al di fuori dell'orario scolastico almeno due ore settimanali alle attività d'istituto. Progetti educativi d'istituto e altre iniziative sorte con l'autonomia delle sedi, il coinvolgimento degli insegnanti in attività promosse attorno a tematiche di importanza sociale (scuola e salute, violenza giovanile, ecc.), la riforma dei Piani di studio, mansioni amministrative, l'organizzazione di attività culturali e sportive e altri compiti spesso poco visibili all'esterno hanno di fatto comportato un graduale aumento dell'onere di lavoro dei docenti di tutti i settori scolastici. Questi impegni hanno progressivamente eroso lo spazio che il docente dovrebbe dedicare alla preparazione delle lezioni, alla selezione e alla compilazione di materiale didattico, alla correzione delle esercitazioni scritte, al proprio aggiornamento scientifico e didattico, allo studio.

Si aggiunga che già negli scorsi anni il corpo insegnante è stato chiamato a contribuire al risanamento delle finanze statali con una serie di provvedimenti che lo hanno penalizzato sia sul piano economico, sia su quello professionale: in primo luogo quelli che hanno colpito tutti i dipendenti dello Stato:

·        un contributo di solidarietà, ossia una trattenuta pari al 2,5% sul salario lordo eccedente i 40mila franchi (tale contributo, che avrebbe dovuto essere applicato negli anni 1998 e 1999, è poi stato mantenuto anche nel 2000);

·        il blocco degli scatti di anzianità;

·        il peggioramento del regolamento della cassa pensione e un aumento dei contributi sociali.

Nei confronti degli insegnanti sono poi state adottate queste altre misure di risparmio:

·        la retrocessione nella classe di stipendio per i nuovi insegnanti all'inizio di carriera;

·        un sistema di abilitazione penalizzante, che obbliga gli abilitandi ad un salario dimezzato per due anni e a sobbarcarsi le spese del corso biennale di abilitazione, senza la garanzia di un posto di lavoro al conseguimento dell' abilitazione stessa;

·        la sospensione della concessione del congedo di aggiornamento, che avrebbe dovuto essere tolta il prossimo anno e che viene ora prolungata fino a settembre 2008.

Se ciascuna di queste misure, presa singolarmente, potrebbe anche avere ripercussioni limitate, il loro accumularsi nel tempo non può non determinare un progressivo deterioramento della professionalità dell'insegnante e della sua motivazione.

 

Conseguenze sul ruolo educativo della scuola

Le trasformazioni sociali che hanno condotto a un indebolimento del ruolo della famiglia, all'eterogeneità culturale e linguistica degli allievi, all'aumento di "allievi difficili", hanno gradualmente caricato la scuola di compiti educativi nuovi e più delicati, per i quali non era preparata. La politica scolastica ticinese vuole tuttavia essere all'insegna dell'integrazione, della non differenziazione dei curricoli, ma stenta a darsi i mezzi per sostenere questa scelta. Gestire delle classi così composite, soprattutto nel settore primario e medio inferiore, è diventato sempre più difficile e oneroso, anche per gli impegni supplementari che ciò comporta al di fuori delle lezioni (incontri con il servizio di sostegno pedagogico, con i genitori, riunioni straordinarie dei consigli di classe). L'illusione di riuscire a conciliare questa estensione dei compiti della scuola con un peggioramento delle condizioni degli insegnanti appare paradossale.

 

Perdita di posti di lavoro

La misura proposta avrà ripercussioni negative anche sull'occupazione, eliminando un centinaio di posti di lavoro già nel 2004/05: una drastica riduzione dei posti che sarà solo parzialmente compensata dai pensionamenti. Ciò significa disoccupazione per molti dei circa cento giovani ticinesi che in questo momento si stanno abilitando all'insegnamento presso l'Alta Scuola Pedagogica, e per i futuri neolaureati che intendessero scegliere questa formazione nei prossimi anni. Seppure non ci saranno licenziamenti nel senso stretto del termine, molti insegnanti incaricati non si vedranno rinnovato l'incarico. Così si rallenta naturalmente anche un necessario processo di ricambio generazionale dei docenti, grazie al quale la scuola si rinnova. Pagare meno i docenti e peggiorarne le condizioni di lavoro, significa anche rendere meno attraente la professione di insegnante, e allontanare da essa le persone maggiormente qualificate, in grado di scegliere fra più alternative professionali. Che ciò si traduca, a medio e lungo termine, in un peggioramento della qualità dell'insegnamento, appare evidente.

Certe conseguenze dei tagli potrebbero infatti non risultare immediatamente visibili e si misureranno solo col tempo, quando sarà tardi per correre ai ripari. Chi dunque ancora crede che la questione sia solo quella di un'ora di "vacanza" in meno per i docenti, faccia bene i suoi conti: una buona scuola è anche una condizione essenziale per un'economia che funzioni, è fattore fondamentale dell'occupazione, del benessere e della sicurezza sociale. Ciò che oggi si risparmia sulla scuola si rischia di doverlo pagare il doppio o il triplo tra qualche anno sotto altre, meno piacevoli, voci della spesa pubblica.

 

Per i motivi esposti i docenti del Liceo di Mendrisio hanno deciso di manifestare il loro dissenso astenendosi dalla regolare attività didattica durante la mattina del 12 novembre.

Si dichiarano spiacenti d'essere costretti ad adottare una forma di protesta che priva gli studenti di lezioni alle quali hanno diritto: confidano che allievi e genitori capiranno che non si tratta solamente di difendere legittimamente un precedente accordo contrattuale, ma anche di assicurare alla scuola pubblica ticinese le condizioni perché in futuro possa continuare ad adempiere i compiti che le sono affidati.