Dalla "Relazione del Consiglio di direzione sulla gestione dell'anno scolastico 1995/96"
Assenze
In una scuola la problematica delle assenze alle lezioni non può essere certo un argomento di secondo piano, tanto meno lo è in una scuola di livello medio-superiore in cui non esiste l'obbligo della giustificazione né può venire sanzionata la cosiddetta "bigiata" saltuaria di una o più ore durante la settimana. Quello che invece non va dimenticato è che esiste l'obbligo di frequenza, come sancisce a chiare lettere l'art. 26 RaLSMS (Obbligo di frequenza):
Lo studente è tenuto a frequentare regolarmente: a) i corsi obbligatori previsti dal piano delle lezioni settimanali secondo l'orario della propria classe; b) i corsi facoltativi o complementari ai quali è iscritto; c) le lezioni supplementari che sono per lui obbligatorie in base all'art. 37. del presente regolamento; d) le attività scolastiche organizzate dall'istituto in sede o fuori, sia quelle di carattere culturale, sia quelle di carattere sportivo.
E' quindi evidente che il docente rischia di trovarsi in una specie di impasse, non disponendo di mezzi efficaci e riconosciuti per ottenere dall'allievo l'osservanza delle disposizioni dell' art. 26 RaLSMS citate sopra. Proprio per ovviare a questa lacuna e per far luce sulle problematiche sempre più delicate legate alla difficoltà oggettiva di intervenire uniformemente in questo campo, il Collegio Docenti del Liceo di Mendrisio, nel novembre 1994, si è dotato di un documento importante: "Linee direttrici sul problema della valutazione", che, come lascia intendere la sua denominazione, deve essere inteso come una piattaforma di intesa, come un punto di riferimento per tutti i docenti della sede. Sarebbe errato considerarlo uno strumento per appiattire il giudizio critico dell'insegnante, un documento dogmatico che detti indiscriminatamente e acriticamente regole di valutazione: si tratta di avere una base comune di principi a cui attenersi per uniformarsi così da evitare pericolose difformità e soprattutto dannose discriminazioni.
La delicatezza del fenomeno delle assenze impone ai docenti di attenersi il più possibile a una concreta uniformità di intervento.
L'introduzione della maggiore età civile a 18 anni era stata vista, all'inizio, come una pericolosa mina vagante per il problema delle assenze: venendo a mancare per lo studente maggiorenne anche l'obbligo di sottoporre all'autorità parentale il foglio di controllo mensile, si temeva se non un'impennata, perlomeno una recrudescenza del fenomeno nelle classi del secondo biennio, ovvero proprio dove c'è forte concentrazione di studenti ultradiciottenni, oltretutto ormai avvezzi ai meccanismi di strategia scolastica che ben conosciamo. Non è avvenuto niente del genere: anche se non siamo in possesso di dati statistici, un controllo effettuato durante lo scorso anno scolastico per un periodo di due mesi ha evidenziato una stagnazione della prassi, ormai invalsa, di arrogarsi il diritto di frequentare o meno alcune lezioni.
La scelta coraggiosa ma soprattutto coerente del Consiglio di direzione di percorrere la strada della trasparenza nei confronti dei nostri allievi più adulti si è dimostrata, almeno finora, pagante.
Ciò non toglie comunque che il problema delle assenze esiste e va affrontato e non solo subìto con rassegnazione come se fosse un male endemico della scuola superiore odierna: oggi l'assenza non appare più una manifestazione o un segnale di trasgressione, ma piuttosto come una prassi quasi istituzionalizzata da parte dell'allievo, che si ritiene nel diritto di non frequentare determinate lezioni. Si tratta per lo più, secondo il Consiglio di direzione, di un calcolo di convenienza, di opportunità: l'oggetto dell'assenza è normalmente il lavoro scritto, nei confronti del quale l'allievo adotta, di solito, due strategie: la bigiata preventiva, ovvero l'assenza alle lezioni che precedono la prova scritta e che secondo un calcolo soggettivo sono considerate meno importanti o più trasgredibili, degne comunque di essere sacrificate sull'altare del profitto della materia dell'esperimento imminente; oppure ecco che si ricorre, con malcelato rimorso o addirittura con fredda indifferenza, alla bigiata effettiva della prova scritta prevista, fiduciosi nella disponibilità (o nella dabbenaggine, dipende dai punti di vista) del docente, pronto o costretto ad organizzare un'altra prova, il famigerato esperimento di ricupero. Questi lavori e le loro spesso diaboliche connessioni (l'onere maggiorato di lavoro per il docente, le possibili disparità di trattamento, le probabili speculazioni a cui si prestano, le alternative possibili, ecc.) sono state oggetto di un interessante capitolo del documento sulla valutazione a cui abbiamo fatto riferimento in precedenza e a cui rimandiamo per una proficua consultazione.
Vogliamo qui soffermarci su alcune paradossali o addirittura perverse conseguenze che si sono verificate durante l'anno scolastico in questione: in alcuni casi si sono visti docenti costretti a inseguire allievi per riuscire a fissare con loro la data della prova di ricupero e/o addirittura essere obbligati a duplicare questo inseguimento perché a quella data fissata nessuno si era presentato; in altri ancora è stato l'allievo stesso a scegliere la data del ricupero, patteggiandola con il docente colpevole di lasciare alla controparte l'iniziativa di fissare il termine che le andasse meglio; in altre situazioni il docente ha chiesto all'allievo se preferisse sottoporsi a una prova scritta o a un'interrogazione orale. Sono aspetti che risultano alquanto sorprendenti e che finiscono per avviare meccanismi perversi e di difficile controllo: ci permettiamo di ricordare che esiste un diritto discrezionale da parte del docente a far ricuperare la prova mancata secondo le modalità da lui stabilite.
L'assenza è quindi un fenomeno reale, incontestabilmente attivo ma pur sempre circoscritto a determinate applicazioni: le tendenze sono tuttavia molto eterogenee, perché essa non colpisce tutte le materie nello stesso modo e, occorre pur dirlo, non tutti i docenti nello stesso modo.
Questo conferma che il meccanismo che è alla base dell'assenza è piuttosto strategico o opportunistico che trasgressivo: esistono materie che sono colpite più di altre da questo fenomeno e sono probabilmente quelle che gli allievi sentono come più selettive o nei confronti delle quali ritengono, a torto o a ragione, di aver bisogno di preparazione migliore; esistono anche docenti che, forse per la loro tolleranza, vedono le loro lezioni disertate massicciamente.
Per quanto concerne quest'ultimo punto, riteniamo che un controllo attento del registro, con una eventuale registrazione puntigliosa delle assenze sulla propria tabella, un richiamo agli allievi troppo spesso assenti o una segnalazione al docente di classe o al membro del CDD possano essere misure sufficienti per limitare il fenomeno: il valore esemplare di un controllo coscienzioso delle assenze è fuori discussione.
Da ultimo ci soffermiamo su un problema che suscita e ha suscitato discussioni anche nell'ambito del Collegio docenti, ovvero sul peso che un numero elevato di assenze deve avere (o, secondo alcuni, non avere) nella valutazione complessiva della materia.
Una recente istanza di ricorso ci offre materiale interessante di riflessione: un'allieva, contestando un voto di semestre, criticava i criteri adottati dall'insegnante nell'assegnare le note, sostenendo che il fatto di essere sempre presenti e partecipi alle lezioni avesse favorito gli allievi più assidui. Secondo l'allieva la presenza alle lezioni non dovrebbe condizionare la valutazione del profitto. Nella sua risposta il Dipartimento dell'istruzione e della cultura sostiene che "l'art. 63 RaLSMS non precisa in che proporzione devono essere ripartiti gli elementi scritti e orali atti a formare la valutazione complessiva (...) Comunque le note semestrali e finali sono state assegnate tenendo in considerazione, oltre al risultato numero della valutazione dei lavori scritti più che sufficiente, la poca partecipazione, sia fisica che attiva, alle lezioni. L'allieva non può pretendere che il docente non tenga conto del fatto che ha cumulato una serie impressionante di assenze dalle sue lezioni. La sua presunta dimestichezza con la materia non la legittimava ad autodispensarsi (...) Col suo atteggiamento poco responsabile l'allieva mette in discussione il principio che in una scuola postobbligatoria vengono valutati essenzialmente il profitto, la partecipazione e l'impegno." E conclude: "È naturale e legittimo che ogni docente guardi con maggiore rispetto gli allievi che, in conformità allo spirito delle leggi e dei regolamenti scolastici, si adoperano nel seguire i corsi conformemente ai loro obblighi di frequenza e assicurano un adeguato impegno."
Sono parole che lasciamo alla riflessione di ognuno: a noi, oltre che per il loro valore giuridico, sembrano importanti perché ci offrono uno strumento in più per valutare in modo completo gli allievi. Costituiscono un precedente che dovrebbe liberare il campo da qualsiasi malinteso: se i docenti vorranno uniformarsi nella considerazione in cui le assenze ripetute vanno tenute, discriminazioni e difformità saranno evitate. Un passo non trascurabile per migliorare l'immagine del docente.