Dalla "Relazione del Consiglio di direzione sulla gestione dell'anno scolastico 1989/90"

 

Pensieri del vespero

 

Accolgo volontieri l'invito del nuovo CDD, che mi ha chiesto un contributo per il rapporto di gestione dell'anno 1989/90: anticipo tuttavia che lo scritto non sarà un resoconto, neppure parziale, di quanto accaduto nel corso dell'anno; e non sarà neppure una specie di testamento, dopo 13 anni di direzione; sarà per contro proprio soltanto un libero contributo, e come tale vorrei che fosse letto e, per quanto vale, considerato.

 

1) Durante l'ultimo incontro che ho avuto con i docenti dell'Istituto, in occasione della cena di saluto, ho espresso una persistente fiducia nella scuola, fiducia che, al di là di tutte le possibili contestazioni, oltrepassa la scuola-istituzione per fondarsi soprattutto in quell' "oltre" che ne costituisce l'elemento essenziale, cioè l'aspetto delle relazioni interpersonali. È ovvio che non si può sedere per tanti anni su una poltrona (si fa per dire) di direttore scolastico, senza una buona dose di questa fiducia: ma, mi sentirei ora di aggiungere, neppure senza avere fiducia in un ruolo di direzione che è certamente cambiato nel tempo, ma tuttavia non è perento.

Nessuna consultazione infatti, per quanto estesa e capillare sia, nessuna collegialità, per quanto amichevole e leale sia, esimono una direzione (e meno ancora un direttore) dall'obbligo di avere, sui singoli problemi scolastici, un proprio parere e dal compito di farlo valere nella dialettica che si crea, all'intero e all'esterno del singolo istituto. Se poi si sommano tutti questi pareri manifestati su casi singoli, ci si accorge che ne scaturisce un indirizzo, una direzione di marcia, che in fondo manifesta uno stile di carattere particolare.

Oggi sono sempre più convinto che questo è necessario soprattutto per garantire un equilibrio tra le esigenze delle varie componenti della scuola, in un campo nel quale il vero problema è diventato quello del "potere". Non intendo certo pensare ad una specie di "lotta per il potere", ma piuttosto ai modi in cui si possa raggiungere, anche su base legislativa, una "equa ripartizione" delle competenze decisionali.

Nelle discussioni degli scorsi anni, nel nostro cantone, si è molto spesso insistito sulla contrapposizione frontale di due modelli estremi, considerati antagonisti proprio per il loro carattere assoluto:

- Da una parte, un modello "discendente": lo Stato ha tutti i compiti e tutte le responsabilità, le esercita per mezzo del DPE, il quale quindi deve avere un potere determinante nel designare il direttore, che agirà come una specie di "luogotenente" dell'autorità dipartimentale. Molti si illudono ancora, in Ticino, che un simile modello sia l'assoluta garanzia contro ogni forma di contestazione o di "disordine" nella scuola.

- Dall'altra parte, un modello almeno parzialmente "ascendente": la responsabilità risiede essenzialmente nel collegio docenti, il quale non solo determina gli indirizzi dell'Istituto, ma anche ne designa in modo autonomo la direzione. Si tratta indubbiamente di una soluzione più democratica, in quanto assicura una decisionalità dalla base, ma sempre comunque da parte di una sola categoria di persone interessate. Questo modello è stato talvolta qualificato, in sede polemica, con la definizione di "repubblica dei docenti".

È appena il caso di dire che nessuno dei due modelli è mai esistito né ha mai funzionato allo stato puro e che la contrapposizione è stata utilizzata, in sede di discussione, soprattutto per individuare dei bersagli contro cui combattere: e non è poi più il caso di ritornare alle discussioni che hanno accompagnato il nascere della nuova legge della scuola.

Il mio personale parere è noto non da oggi soltanto: è necessario uscire da questa logica di contrapposizione, perchè la scuola non può non dare parola attiva anche a coloro che sono i destinatari del servizio (gli studenti), né a coloro che hanno nei confronti degli studenti delle responsabilità primarie (i genitori), né a coloro che all'interno vi operano senza essere insegnanti (il personale); e per finire neppure a coloro che esprimono le istanze sociali, culturali e politiche del territorio in cui la scuola si radica. Ciascuna di queste categorie di persone è apportatrice di sue esigenze e attese, come anche di potenzialità che non appare utile trascurare: e proprio in questa prospettiva appare più importante il compito della direzione, che è collocata al crocevia e quindi può rappresentare una garanzia per tutti, nel momento stesso in cui assicura il corretto funzionamento degli organismi di gestione. Per poter far questo le serve certo un consenso il più largo possibile, ma le servono anche un progetto educativo (almeno implicito) ed un forte senso delle priorità della prospettiva educativa di fronte a tutte le altre esigenze. In questo senso ho avuto occasione altra volta di definire l'esperienza di direzione di una Scuola media superiore come un compito "difficile, pesante ma anche affascinante".

 

2) Un campo nel quale l'autonomia dei singoli istituti ha già avuto modo di manifestarsi, con risultati incoraggianti, è quello del modo di inserimento della scuola nella regione. Un passo in avanti in questa direzione, anche se piccolo, sarebbe quello di poter designare l'istituto con il nome di una personalità significativa sul piano della cultura: per Mendrisio ho sempre pensato che la denominazione più adatta sarebbe quella di "Liceo L. Lavizzari".

In una regione con caratteristiche tutte particolari come è quella del Mendrisiotto (territorio chiaramente circoscritto, mancanza di una "città" ecc.) possiamo ben dire che il Liceo ha saputo meritarsi una sua caratteristica chiara soprattutto come polo culturale: basti pensare allo sviluppo progressivo della biblioteca (a livelli che sembravano impensabili solo dieci anni or sono) ed all'eco di numerose manifestazioni culturali organizzate dalla commissione speciale della scuola.

Certo, nel frattempo la situazione si è notevolmente modificata, soprattutto perché è aumentato il numero degli enti, delle associazioni e dei comuni che dedicano particolare attenzione all'organizzazione di attività culturali, ciò che potrebbe in un domani non troppo lontano creare un'eccedenza di offerta.

L'attività culturale del liceo potrebbe venirne condizionata, soprattutto se si tien conto che i comuni dispongono facilmente di crediti, mentre l'attività organizzativa del liceo in questo campo è svolta per lo più nella forma del volontariato. Ad onta di questa nuova situazione sono convinto che rimanga ancora uno spazio utile perché il liceo confermi la sua funzione di polo culturale del Mendrisiotto, sia pure in collaborazione stabile o occasionale con altri organismi. E mi pare che si possano indicare due indirizzi particolari di attività, idonei a rendere più specifico l'irradiamento culturale del liceo: il campo degli studi e delle ricerche attinenti alla regione, e la valorizzazione degli studi che producono via via, nella loro attività di ricerca, i docenti stessi della scuola. La collaborazione con la biblioteca regionale, già ora e ancora di più quando sarà nella sede definitiva, mi sembra aprire prospettive estremamente interessanti.

E già che ci siamo, è proprio impensabile imitare l'esempio di quelle scuole, non solo universitarie, che organizzano almeno una volta all'anno la "prolusione" da parte di un docente dell'Istituto?

 

3) Il Direttore del DPE, on. Buffi, ha recentemente affermato che la scuola ticinese è migliore della sua fama: si riferiva, come termine di confronto, ad un rapporto internazionale che finora non è ancora stato pubblicato. Sappiamo tutti in realtà che nei confronti della scuola si esercita la critica facile: tutti l'hanno frequentata, quasi tutti vi hanno dei figli e ne sentono parlare, è facile quindi che ciascuno si senta competente per criticarla. Sul piano generale non c'è nulla da obiettare: è anche questa una manifestazione di democrazia.

Ma si aggiungono altri fenomeni. Per es. quello dei mass media che, sulla scuola come su altre cose, enfatizzano le divergenze e i contrasti, quando non diventano addirittura palestra per l'esposizione e la difesa di posizioni conflittuali personalissime. Tutte queste occasioni ci permettono di costatare che le esigenze verso la scuola sono in crescita esponenziale: spesso si tratta di compiti vecchi che vengono confermati, spesso di compiti nuovi che le vengono volontieri scaricati da altre istanze. La scuola naturalmente non può sottrarsi: deve esercitare un certo discernimento, questo è vero, ma nella sostanza non si trova nella condizione di dire: questo sì, questo no. Ritengo che la competenza per determinare i compiti della scuola sia della società, in quanto essa è da considerare in un certo senso come il "datore di lavoro" della scuola intera. Ad una condizione, tuttavia: che anche le altre istituzioni facciano la loro parte, senza scrollarsi facilmente le loro funzioni (penso in particolare alla famiglia); e poi ancora che nello stabilire il livello delle attese non si sottovalutino le difficoltà oggettive che l'impresa scuola incontra, dovendo muoversi in un clima di pluralismo ideologico, ed ora sempre di più anche di pluralismo culturale.

 

Giorgio Zappa