Discorso del direttore Giorgio Zappa alla cerimonia ufficiale di inaugurazione

 

Nella STORIA DI MENDRISIO di Mario Medici, opera di cui si è recentemente parlato in questa sala, si fa menzione di un intervento del nostro distretto, nel 1844, per ottenere che fosse ubicata a Mendrisio l’Academia, cioè l'Università ticinese che il Gran Consiglio aveva appena deciso di istituire: per ragioni di giustizia distributiva, si diceva, dal momento che i centri maggiori, Lugano Locarno e Bellinzona, già erano, a turni seiennali, capitale del Cantone. Tutti sanno che la decisione del Gran Consiglio cadde nel nulla e quindi la petizione del Mendrisiotto non poté avere effetto alcuno; ma può essere interessante osservare le altre ragioni che, a mente dei nostri antenati, rendevano perfettamente plausibile la rivendicazione.

La prima era che la prevista costruzione dell'Ospedale, grazie al legato Turconi, avrebbe di molto facilitato la creazione di una futura facoltà di medicina; l’altra (cito dall'opuscolo stampato dalla Tipografia Elvetica di Capolago e firmato dal commissario di governo Damiano Rampoldi) che "giova particolarmente a Mendrisio per essere sede dell’Academia il non essere residenza governativa né centro di agitazioni politiche. Ed ...i governi hanno avuto sempre per massima d’allontanare dalla residenza della potestà politica il corpo degli studenti: ... perchè la gioventù, facile ad accendersi per nobili sentimenti, non rade volte per eccesso di zelo e per illusioni esce dai debiti confini, tumultua ed impone alla istessa autorità governativa..."

Ho ricordato questo passo per due motivi: il primo è che in fondo, con un certo sforzo di fantasia, potremmo vedere in quelle ingenue aspirazioni di allora, quasi la preistoria del fatto odierno (come dire: il Mendrisiotto che rivendicava allora l'Università, è ben contento di avere oggi, a distanza di 140 anni, almeno il liceo...); il secondo è che mi pare traspaia da quelle parole un atteggiamento nei confronti dei giovani, che ancora oggi merita di essere considerato.

Quell'attribuire i loro eccessi non a malvagità o a calcolo, e neppure all’inesperienza, bensì a "eccesso di zelo" o a "illusioni", è un atteggiamento che mi pare di fondamentale fiducia: quella fiducia che, per noi docenti, è parte del nostro bagaglio professionale, e che si collauda e si rafforza nel quotidiano colloquio con loro, direi perfino del nostro compito di mettere un argine alla loro impazienza.

Inaugurare una scuola è certamente un atto di fiducia nei giovani e, trattandosi di un liceo, nel contempo un atto di fiducia nella cultura. Certo, su questo punto occorre essere cauti. Questo nostro atteggiamento non ha più le tinte dell'illusione di stampo illuministico, che dava per scontato un automatico salto di qualità, un automatico benefico riflettersi dell'istruzione sulla vita civile, sul benessere, sul progresso umano. Troppe delusioni abbiamo incontrato storicamente su questa strada, troppe volte è stato dato di osservare lo sfasamento tra la cultura e la vita, troppe volte l'intellettuale ha tradito le attese, troppe volte il sapere non ha saputo portare all'essere. Eppure, malgrado queste dure lezioni della storia, non metteremmo nemmeno un mattone sopra l'altro per costruire una scuola, se non fossimo convinti che vale la spesa di moltiplicare questi punti d'incontro tra i giovani e la cultura, di dare al paese nuovi posti dove il futuro possa essere preparato.

Certo, ancora una volta, nessuno di noi si illude. Non basta un riconoscimento federale, che pure ci riempie di soddisfazione; non basta disporre di una sede funzionale e ariosa, come questa disegnata dell'arch. Radaelli, e neppure basterà la sua completazione, quella seconda tappa che attende il sì del Gran Consiglio e di cui già ora si avverte l'urgenza, destinata com'è ad accompagnare la crescita dell'Istituto; e nemmeno basta una settimana di festa, per creare una buona scuola: occorrerà il modesto, quotidiano impegno di tanti, di tutti, negli anni futuri.

E qui il discorso, per una scuola media superiore, diventa aspro, le esigenze non possono essere disattese né sottovalutate. Forse, l'aspetto più inquietante è che queste esigenze assumono spesso caratteristiche contrastanti tra loro, quasi da stringerci in una morsa:

- da una parte la severità crescente degli studi universitari, almeno in certi campi sempre più selettivi, e di fronte a ciò le cattive condizioni finanziarie dello Stato, che fatalmente limiteranno i nostri mezzi di azione;

- le esigenze dell'autonomia degli Istituti, di fronte alla pressante spinta alla centralizzazione;

- le domande di partecipazione di fronte ad un burocratismo crescente e, per usare un eufemismo, non sempre sulla nostra lunghezza d'onda.

E poi, perchè non dirlo?, questa scuola si inaugura in un momento in cui, su un piano generale, si assiste ad un deterioramento del rapporto tra la scuola e la società. Le ragioni sono varie e complesse, non riducibili "ad unum"; anche i sintomi sono molti ed io mi limito a citarne uno solo: mai la "buona fama" dei docenti è stata appesa ad un filo così tenue, mai come ora l'occhio della gente è stato puntato con intenti critici su di loro. Si ha l'impressione che qualcosa si sia rotto, nel congegno sociale: e che la società attenda dalla scuola un impossibile "ravvedimento", e la scuola attenda dalla società un'altrettanto improbabile evoluzione. Solo il futuro ci dirà se un bene sarà stata la frattura o se hanno ragione coloro che lavorano in vista di una ricomposizione.

Forse sto generalizzando un sintomo che avverto qua e là: ma forse non è inutile proporre questo sintomo come motivo di riflessione. Per questo, se è giusto avere oggi una parola di riconoscenza per le Autorità cantonali che hanno dotato il Mendrisiotto del suo Liceo, se è giusto dire un grazie alle Autorità locali ed alla popolazione per aver risposto coralmente ai nostri inviti, in questa settimana, non meno importante mi sembra richiamare dei motivi di impegno a tutti noi, che della comunità scolastica siamo, per diverso titolo, membri e quindi responsabili:

*Agli ex-allievi, oggi "maturati" (ed alcuni di loro sono in servizio militare, e non tutti hanno ricevuto il congedo per assistere a questa cerimonia): essi sono coloro che hanno creduto, tre anni fa, ad un liceo che esisteva solo sulla carta; ed ora, dopo il traguardo della maturità sanno che un altro e ben più duro banco di prova li aspetta;

*Agli studenti di oggi, cui è affidata la continuità della scuola, e che noi vorremmo sì capaci di curvarsi sui libri, ma anche aperti alle prospettive del mondo e del vivere civile;

*A noi docenti, a cui tocca il compito di non mancare all'appuntamento con la fiducia dei giovani, diventati più esigenti che mai nei confronti degli adulti;

*Ai genitori, impegnati a condurre con noi un esperimento di partecipazione che ha costantemente bisogno di energie nuove;

*Agli organi politici statali infine che, dopo aver negli ultimi anni decentralizzato i licei, si trovano di fronte al difficile compito di riformarli senza snaturarli e a quello, non meno arduo, di sviluppare altri ordini di scuola, dalle professionali alle scuole alternative.

Non mi auguro certo che fra queste varie componenti la dialettica scompaia: anzi, che resti animata, se non animosa, elemento di quella superiore concordia che ci vede uniti nello sforzo per costruire e servire il Paese che amiamo.

 

3 ottobre 1980