Discorso dell'on. prof. Carlo Speziali, Direttore del Dipartimento della Pubblica Educazione, alla cerimonia ufficiale di inaugurazione
E' vero: una delle tentazioni alle quali gli uomini politici difficilmente sanno resistere è quella d'inserirsi negli avvenimenti in corso e di far parlare a questi ultimi il linguaggio dettato dalle preoccupazioni politiche del momento. Che sia un bene o un male non saprei proprio; forse - come in tante altre cose della vita - si tratta di una questione di "misura". Ma non voglio mettere le mani avanti e giustificarmi in anticipo di quanto sono venuto a dirvi. E per prima cosa intendo sottolineare il fatto che mi fa veramente piacere essere qui con voi, in questo giorno di festa per l'inaugurazione ufficiale di questo nuovo liceo, modernamente concepito non solo per quel che concerne la struttura architettonica: recentemente, infatti, ho avuto l'occasione di rendermi conto degli intenti che animano il Consiglio di direzione e il Collegio dei docenti: intenti validissimi di costruire giorno per giorno, in sintonia con le altre componenti della scuola (genitori e allievi), un'autentica comunità educativa.
Comunità educativa - se ho ben inteso la problematica implicita nell'espressione - sta a significare due cose molto importanti: e cioè che l'istituto scolastico non si organizza, al suo interno, secondo moduli che finiscono per bloccare una comunicazione dialettica, seria e responsabile, fra le componenti e, in secondo luogo, che non rifiuta, ma anzi cerca di istituire e promuovere tutta una srie di rapporti vitali con l'ambiente socio-culturale circostante. Detto con altre parole, si tratta di un serio progetto di educazione democratica.
La mia adesione a una siffatta impostazione della vita della scuola, e al tipo di gestione che ne consegue, è - sia ben chiaro - netta e senza riserve. La politica di democratizzazione degli studi, perseguita in quest'ultimo decennio, non deve infatti essere letta esclusivamente in chiave di moltiplicazione delle strutture esistenti, perché questo necessario potenziamento dei supporti, indispensabili per il raggiungimento di quell'importante obiettivo che è l'uguaglianza delle possibilità (o "uguaglianza delle opportunità", come dicono gl'inglesi, o"uguaglianza dei punti di partenza" come dice Einaudi), rappresenta solo un aspetto della complessa questione. L'altro, e non meno importante, è costituito dall'attenzione vigile per la qualità degli studi: attenzione che significa certamente apertura e disponibilità all'innovazione ma anche scelta preferenziale per un certo tipo di relazione educativa. Agli uomini di scuola queste rapide considerazioni suoneranno, ovviamente, scontate: ma io non ho voluto ribadirle per il rituale obbligo di circostanza. L'ordinamento scolastico ticinese vive oggi quella che potremmo chiamare la seconda, ineluttabile fase di rinnovamento: dopo la riforma della scuola media siamo alle prese con la ristrutturazione del medio superiore; riforma strutturata, che seguirà a partire dal 1982, quella della scuola media quadriennale, la quale sta sostituendo, nell'arco di tempo che va dal 1976 al 1986, il ginnasio quinquennale e la scuola maggiore triennale. Faccio osservare qui di sfuggita che non è certo un caso che si sia scelto di puntare sul liceo quale perno di tutta l'operazione, così come non è per caso che l'ormai definita struttura quadriennaIe del nuovo liceo offra, nel suo primo biennio, l'unificazione articolata del primo delicato momento della formazione post-obbligatoria.
I principi a cui si ispira la riforma - ormai in fase di elaborazione - mi pare vadano nell'ottica di un miglioramento della formazione culturale e della "maturazione" degli allievi.
La riduzione, anche se contenuta, del carico orario settimanale ad esempio, parte dalla consapevolezza che il "maturare" non dipende dal solo studio, ma in primo luogo dalla vita, o, se si vuole, dallo studio che si fa vita e viceversa come esperienza personale dell'allievo; le conoscenze devono essere ripensate con calma, magari in solitudine, cercando la verifica di ciò che si è studiato nel confronto con la realtà vissuta.
Siamo, insomma, in una fase importante della politica scolastica e tutti dobbiamo sentirci impegnati a verificare in che senso e in che misura certe intenzioni e certi progetti possano diventare realtà.
La particolare contingenza che la scuola ticinese sta oggi vivendo non è, però, semplicemente caratterizzata dalle riforme in cantiere. Le difficoltà finanziarie, alle quali non mi stanco davvero di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, non sono né una mia personale invenzione, né un mio singolarissimo assillo: sono una realtà, indigesta quanto si vuole, ma pur sempre una realtà con la quale anche la scuola deve, letteralmente, fare i conti. E io non credo che il dire queste cose senza tortuosa ipocrisia, con ferma schiettezza, possa semplicisticamente essere identificato con una sorta di "isteria del risparmio", secondo la sindrome che con estrema disinvoltura taluni hanno voluto certificarmi.
Quando richiamo la gestione della scuola a una maggiore oculatezza nell'impiego del pubblico danaro, quando faccio osservare che l'efficienza delle strutture educative non è assolutamente inconciliabile con certi tagli imposti dalla dura realtà, quando insisto su queste proposizioni non voglio certo dire che la salvezza delle patrie finanze dipenda esclusivamente dalla parsimonia degli operatori scolastici! Il vero problema - quello a monte, come suol dirsi - è ovviamente più complesso, perchè si tratta di tutto il particolare assetto della pubblica amministrazione e perchè vi è coinvolta quella che potremmo chiamare la differenza specifica tra una concezione dello stato in termini veramente assistenziali e un'altra che esige una politica dell'ente pubblico improntata al rigore della razionalità e dell'efficienza.
Tutto questo, ormai, non dovrebbe più essere un mistero per nessuno. Nell'attesa, però, che maturino le circostanze politiche favorevoli alle scelte necessarie, nessuno ha il diritto di dimenticare i più modesti problemi posti dalle urgenze quotidiane.
Per riprendere, comunque, il filo delle considerazioni sulle attuali congiunture della politica scolastica vorrei porre proprio all'attenzione degli uomini di scuola un'altra questione.
È innegabile che fino ad oggi si sia concentrata sulla scuola una parte non indifferente delle energie e delle disponibilità del paese (la costruzione di questo nuovo liceo e l'ulteriore fase su cui il Gran Consiglio dovrà presto pronunciarsi, sono una testimonianza eloquente). Ora, se si guarda con attenzione agli importanti risultati che questa politica scolastica ha finito per produrre, ci si accorge che non è più sufficiente costruire scuole e promuovere riforme delle strutture educative. Non basta più, proprio perchè - come ho già avuto modo di sottolineare - l'istituzione scolastica non può e non deve essere concepita come un mondo a parte, ma deve armonicamente inserirsi in un contesto socio-culturale vivo e stimolante: e tutto questo cosa significa se non che una politica dell'educazione sganciata da una più ampia politica di promozione culturale è condannata a raggiungere solo in minima parte i suoi più fondamentali obiettivi?
Ecco: nella mia visione delle cose è maturata l'intima convinzione che è ora e tempo di elaborare una politica organica di promozione della cultura, accanto e fuori dell'istituto scolastico propriamente inteso. E le cose da fare, in quest'ambito, non sono né poche, né di poco conto. Tanto per fare qualche esempio: c'è da potenziare adeguatamente alcuni importanti istituti (la Biblioteca cantonale, l'Archivio storico, il Vocabolario dei dialetti, l'Opera per le fonti storiche, per limitarmi a quelli più noti); c'è da istituire con sollecitudine i due centri culturali con annesse biblioteche regionali di Bellinzona e Locarno; c'è da promuovere iniziative e scambi culturali con l'Italia e con la Svizzera d'oltre Gottardo; c'è da meglio salvaguardare il nostro patrimonio di storia e di arte; c'è da valorizzare più decisamente l'attività di ricercatori, studiosi, letterati e artisti ticinesi. C'è poi anche il Centro Universitario della Svizzera Italiana (CUSI) la cui preparazione, in ogni campo, è alle sue conclusioni, così che fra non molto ci si dovrebbe poter inserire nella politica universitaria svizzera. E la lista delle cose da fare potrebbe continuare per un bel pezzo. Certo, tutte queste cose, e le altre non menzionate, dovrebbero sostanziare un piano organico di promozione della cultura; ma per fare questo dobbiamo preliminarmente garantirci che tra le buone intenzioni e i mezzi disponibili non vi sia lo scoraggiante divario di oggi.
Forse chiedo troppo, ma vorrei che soprattutto in questa prospettiva venissero letti certi miei interventi a favore di una maggiore oculatezza e di maggior risparmio nelle faccende scolastiche (dove probabilmente c'è ancora molto da risparmiare). Perchè io non invoco il risparmio nelle spese per l'educazione così, quasi, per una fissazione moralistica di rigorismo fine a se stesso: invoco il risparmio nella scuola - in un momento finanziariamente difficile per le casse cantonali - anche per avere risorse da mettere a disposizione, in più e in meglio, della promozione culturale.
Forse m'illudo, ma ritengo che gli uomini di scuola dovrebbero essere gli alleati naturali di una politica di questo tipo.
3 ottobre 1980