Quattro giorni dopo il passaggio del Niemen Napoleone entrò a Vilna, dove la nobiltà polacca locale lo accolse con rispetto. A Vienna Napoleone ebbe i primi seri ostacoli: i cavalli morivano per mancanza di foraggio e i polacchi non avevano sufficienti forze armate in Lituania e Russia Bianca. Inoltre egli sapeva di poter far pieno affidamento solo sulla parte francese della Grande armata, gli altri soldati che egli trascinava a morire in Russia per scopi ad essi ignoti, non odiavano i Russi ma Napoleone. L’imperatore francese seppe che i comandante supremo russo Barclay, per paura di venir circondato, aveva abbandonato l’idea di difendersi nel campo fortificato di Drissa e l’esercito russo si stava ritirando all’interno del paese su due colonne, quella di Barclay su Vitèbsk e quella di Bragatiòn su Minsk. Napoleone marciò allora col grosso delle sue forze su Barclay che accelerò la ritirata; quando i francesi arrivarono a Vitèbsk non vi trovarono quindi più Barclay, poiché si stava già avviando verso Smolensko. Intanto Davout avanzava da Vilna su Minsk per impedire a Bragatiòn di congiungersi a Barclay e il 22 luglio ci fu un combattimento presso Moghilèf, ma i russi respinsero i francesi continuando la ritirata. Napoleone intanto faceva i preparativi per la grande battaglia con la quale pensava di sgominare i russi, ma il 28 luglio si accorse che l’esercito russo si era nuovamente allontanato ad oriente. Napoleone dovette così continuare ad avanzare e dovette inoltre inviare due corpi verso la Düna per far fronte al corpo di Wittgenstein ed alcune divisioni verso sud per tener testa alle truppe russe che accorrevano dalla Turchia. Napoleone si avvicinò a Smolensko dove le truppe russe si erano unite e il 17 agosto iniziò l’assalto. I Russi incendiarono la città e si ritirarono e i Francesi entravano in città senza combattere. Il nemico era sparito di nuovo e bisognava continuare ad andare a Oriente. La necessità di assicurare con delle guarnigioni l’estesissima linea di comunicazioni con la Francia e con i magazzini, i combattimenti, il clima, le fatiche e le malattie avevano dimezzato l’esercito francese. Ritirandosi metodicamente, l’esercito russo lasciava il deserto dietro a sé. Barclay si ritirava lungo la strada di Mosca e dopo i combattimenti di Volùtino e Lubino si ritirò più ad oriente e Napoleone lo seguì. Nella corte russa regnava il panico, dare Mosca senza combattere sembrava impossibile quindi lo zar revocò Barclay e nominò al suo posto Kutùsof. Kutùsof sapeva che Barclay aveva ragione: ciò che poteva perdere Napoleone era la lontananza dalle sue basi, l’impossibilità di una lunga guerra lontano dalla Francia in un immenso paese deserto, povero, ostile, con scarse vettovaglie e clima inconsueto. Ma Kutùsof sapeva anche che non gli sarebbe stato concesso di cedere Mosca senza una battaglia campale, quindi l’esercito russo rallentò la ritirata e si fermò nei pressi di Borodino dove costruì delle fortificazioni. La battaglia di Borodinò, che si svolse tra il 5 e il 7 settembre, fu una più tremende carneficine della storia. I Francesi espugnarono gradualmente le opere fortificate difese dai granatieri russi, ma i Russi non cessavano di attaccare furiosamente e non si arrendevano, ma cadevano fino all’ultimo uomo; inoltre per poter far manovrare la cavalleria bisognava impadronirsi con sforzi terribili di ogni piccola sopraelevazione del terreno. Kutùsof, costatato che metà dell’esercito russo era stato distrutto, il 7 settembre decise di salvarne l’altra metà e di cedere Mosca senza un’altra battaglia. Fra il 14 e il 16 settembre l’esercito russo attrversò Mosca e il 19 si stabilì presso un villaggio lungo l’antica strada di Kalùga interrompendo così l’unica via di comunicazione di cui Napoleone disponeva (la strada di Smolensko). Il 16 settembre quando Napoleone entrò a Mosca la città era deserta e i russi l’avevano incendiata perché non divenisse preda del vincitore. L’incendio aveva distrutto parte considerevole della città, ma non erano state distrutte tutte le provviste, tuttavia non c’erano foraggi e i soldati saccheggiavano e sparivano senza farsi più vivi, la disciplina era visibilmente scossa.
Era possibile svernarvi, ma Napoleone sentiva che il suo impero non era così saldo, né erano così sicuri i suoi vassalli perché egli potesse rimanere a lungo lontano dall’Europa. Egli tentò allora di iniziare le trattative di pace con Alessandro, ma lo zar non acconsentì. Un’altra soluzione era quella di abolire i diritti feudali nella parte di Russia occupata dai francesi e suscitare un’insurrezione contadina, disgregando così l’esercito russo composto da contadini e servi della gleba. Ma Napoleone esitò, il generale che aveva sottomesso a Tolone i controrivoluzionari, l’autore del Codice napoleonico non avrebbe potuto esitare dinnanzi a questo problema, ma il generale rivoluzionario era da molto scomparso e colui che camminava in su e in giù meditando era S.M. Napoleone I, per grazia di Dio imperatore autocrate dei francesi, padrone di tutto il continente e cognato dll’imperatore d’Austria. Egli non era un creatore, ma un soggiogatore di rivoluzioni, egli amava l’ordine e nel 1812 preferì non svegliare il mostro sonnecchiante, la rivoluzione...la rivoluzione russa. Napoleone decise così di piegare a destra evitando i Russi, di dirigersi verso Smolensko e di svernarvi. Kutùsof, indovinando il piano di Napoleone decise di tagliargli la strada.
Kutùsof seguiva il nemico alle calcagna
e i suoi cosacchi tribolavano i francesi, ma egli evitava una grande battaglia
perché il suo scopo era di far uscire il nemico dalla Russia, anche
se l’agente inglese e i tedeschi che lo circondavano ritenevano necessario
sbarazzarsi del tutto di Napoleone con una completa sconfitta e con la
sua prigionia o morte perché altrimenti tutto sarebbe rimasto come
prima e Napoleone avrebbe continuato a dominare fino al Niemen. I russi
e i cosacchi si impadronivano qua e là di interi convogli e l’esercito
francese si disfaceva con catastrofica rapidità. Quando giunse a
Smolensko (5 novembre), Napoleone seppe che Ciciàgof si dirigeva
da sud verso la Beresina per tagliargli la ritirata, bisognava quindi
attraversare subito il fiume prima che i russi lo impedissero altrimenti
si rischiava la prigionia. A causa del freddo molti soldati morivano assiderati
durante la marcia (anche perché Napoleone aveva avuto la fatale
negligenza di dimenticare gli indumenti invernali). I Russi si avvicinavano
alla Beresina sia da nord che da sud. Ciciàgof il 22 novembre occupò
la città di Borìsof sulla Beresina e il ponte di questa città
venne distrutto, l’imperatore francese ordinò quindi di cercare
un altro punto dove gettare i ponti e riuscì con una serie di manovre
a convincere i russi che sarebbe passato egualmente per Borìsof;
mentre egli si trovava invece a Studénki e stava iniziando il passaggio
del fiume, così i resti dell’esercito francese si salvarono
e il 9 dicembre giunsero a Vilna. La terribile campagna di Russia era finita,
del mezzo milione di uomini con cui Napoleone era partito non rimanevano
che piccoli gruppi dispersi, 100000 uomini circa erano prigionieri e i
rimanenti erano morti o nei combattimenti o di freddo o di fame o di malattie
durante la ritirata. Il 5 dicembre a Smorgòni Napoleone lasciò
il comando dell’esercito a Murat e partì per Parigi per riorganizzare
un nuovo esercito. La sua partenza fu mantenuta segreta per non demoralizzare
i soldati e per permettergli di attraversare la Germania prima che vi si
sapesse che la Grande armata non esisteva più e che l’imperatore
vi passava senza protezione.
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