Lev Nicolaevic Tolstoj, Voja i Mir, trad. it. "Guerra e pace"
estratti dai libri II e III.
La battaglia cominciò con un cannoneggiamento dalle due parti di diverse centinaia di cannoni.
Poi, quando il fumo copri tutto il campo, si mossero in quel fumo (dalla parte dei francesi) a destra, le due divisioni Dessé e Compans verso le frecce e a sinistra i reggimenti del viceré verso Borodinò.
Le frecce si trovarono a un miglio di distanza dal ridotto di Scevardinò, dove stava Napoleone, ma Borodinò era a più di due miglia di distanza in linea retta, e perciò Napoleone non poteva vedere ciò che accadeva là, tanto più che il fumo, mischiandosi con la nebbia, nascondeva tutta la località. I soldati della divisione Dessé, diretti verso le frecce, furono visibili soltanto finché non scesero nel burrone che li separava da quelle. Appena furono scesi nel burrone, il fumo dei cannoni e dei fucili diventò così fitto che coprì tutto il pendio dall'altra parte del burrone. Attraverso il fumo appariva qualcosa di nero, probabilmente uomini, e di tanto in tanto uno scintillio di baionette. Ma se si movessero o stessero fermi, se fossero francesi o russi, era impossibile vederlo dal ridotto di Scevardinò.
Il sole s'era alzato luminoso e batteva coi suoi raggi obliqui dritto sul viso di Napoleone che guardava le frecce, riparandosi con la mano. Il fumo si stendeva davanti alle frecce, e ora pareva che il fumo si movesse, ora pareva che si trovassero le truppe. Di tanto in tanto, attraverso i colpi, si udivano i gridi della gente, ma era impossibile sapere che cosa facessero là.
Napoleone, stando sul tumulo, guardava col canocchiale, e nel piccolo cerchio del canocchiale vedeva fumo e uomini, a volte suoi, a volte russi; ma dove fosse ciò che aveva veduto, non lo sapeva più appena guardava a occhio nudo.
Scese dal tumulo e si mise a passeggiare su e giù lì davanti.
Ogni tanto si fermava, tendeva l'orecchio ai colpi e osservava il campo di battaglia.
Non soltanto da quel posto in basso dove egli stava, non soltanto dal tumulo sul quale stavano ora alcuni suoi generali, ma dalle stesse frecce sulle quali si trovavano adesso, insieme o per turno, soldati russi e francesi - morti, vivi e feriti, in preda allo spavento o al furore - era impossibile capire ciò che accadesse in quel punto. Durante alcune ore si videro in quel punto, in mezzo al tiro incessante dei fucili e dei cannoni, ora soltanto i russi, ora soltanto i francesi, ora soldati di fanteria, ora di cavalleria; apparivano, cadevano, sparavano, si urtavano, senza saper che fare l'uno dell'altro, urlavano e scappavano indietro.
Dal campo di battaglia, al galoppo, venivano continuamente Napoleone i suoi aiutanti di campo mandati da lui e gli ufficiali d'ordinanza dei suoi marescialli coi rapporti sull'andamento delle cose; ma tutti questi rapporti erano menzogneri: sia perché nel calore di una battaglia è impossibile dire ciò che accade in un dato momento, sia perché molti di quegli aiutanti non erano giunti proprio fino al vero campo di battaglia e riferivano ciò che avevano udito da altri; e inoltre perché, mentre l'aiutante faceva le due o tre miglia che lo separavano da Napoleone, le circostanze mutavano e la notizia che egli portava non corrispondeva più a verità. Così un aiutante mandato dal viceré giunse al galoppo con la notizia che Borodinò era occupato e il ponte sulla Kolocià in mano dei francesi. L'aiutante domandò a Napoleone se ordinasse di far passare le truppe. Napoleone ordinò che si schierassero dall'altra parte e aspettassero; ma non soltanto nel momento che Napoleone dava quest'ordine, ma anche quando l'aiutante aveva appena lasciato Borodinò, il ponte era già stato ripreso e incendiato dai russi, in quella stessa mischia alla quale aveva partecipato Pierre al principio della battaglia.
Un aiutante di campo giunto al galoppo dalle frecce con un viso pallido e spaventato annunziò a Napoleone che l'attacco era stato respinto, Compans ferito, Davoust ucciso; e invece le frecce erano state occupate da un'altra parte della truppa nello stesso momento in cui dicevano all'aiutante di campo che i francesi erano stati respinti, e Davoust era vivo e solo leggermente contuso. Regolandosi su questi rapporti necessariamente menzogneri, Napoleone impartiva i suoi ordini, i quali o erano stati già eseguiti prima che egli li avesse impartiti, o non potevano essere e non furono eseguiti.
I marescialli e i generali che si trovavano a minor distanza dal campo di battaglia, ma che anch'essi, come Napoleone, non prendevano parte alla battaglia stessa e solo di tanto in tanto andavano sotto al fuoco delle palle, senza interrogare Napoleone davano le loro istruzioni e impartivano i loro ordini, dicendo verso dove e di dove bisognava sparare dove avevano da galoppare i soldati di cavalleria e correre quelli di fanteria. Ma anche le loro istruzioni, allo stesso modo di quelle di Napoleone solo in misura minima e raramente venivano messe in atto. Per lo più accadeva il contrario di ciò che essi avevano ordinato. I soldati ai quali era stato comandato di andare avanti, trovandosi sotto al tiro della mitraglia, correvano indietro; i soldati ai quali era stato comandato di rimanere sul posto, a un tratto, vedendosi davanti i russi che erano apparsi improvvisamente, a volte scappavano indietro, a volte si gettavano avanti, e la cavalleria galoppava senza averne l'ordine, per inseguire i russi che fuggivano. Così due reggimenti di cavalleria galopparono attraverso il burrone di Semjònovskoic e, appena giunti sull'altura, si volsero e corsero indietro a briglia sciolta. Così si movevano anche i soldati di fanteria, giungendo a volte in un punto assai diverso da quello dove avevano ordine di andare. Tutti gli ordini riguardanti il luogo e il momento di spostare i cannoni, nonché il momento di mandare i soldati di fanteria a sparare o la cavalleria a calpestare la fanteria russa, tutti questi ordini erano dati dai comandanti suindicati dei reparti, che stavano nelle file, senza neppure interrogare Ney, Davoust e Murat, e tanto meno Napoleone. Essi non temevano d'essere puniti per un ordine non eseguito o per una disposizione presa di loro iniziativa, perché in battaglia si tratta della cosa più cara all'uomo, la propria vita, e a volte sembra che la salvezza stia nello scappare indietro, a volte nello scappare avanti, e quegli uomini, che si trovavano nel calore della battaglia, agivano sotto l'ispirazione del momento. In realtà poi tutti questi movimenti avanti e indietro non facilitavano e non mutavano la posizione delle truppe.
Tutti quei loro vicendevoli attacchi, di fanteria e di cavalleria, facevano poco danno; il danno, cioè la morte e le mutilazioni, lo portavano le palle di cannone e di fucile che volavano dappertutto nello spazio in cui si agitavano quelle persone. Non appena quegli uomini uscivano dallo spazio sul quale volavano le palle di cannone e di fucile, subito i superiori che si trovavano indietro li riordinavano, li sottoponevano alla forza della disciplina e sotto l'impero di questa disciplina li conducevano di nuovo nella zona del fuoco, nella quale (sotto l'azione della paura della morte) essi tornavano a rompere la disciplina e a buttarsi di qua e di là secondo l'istinto casuale della folla.
[...]
Le forze di una dozzina di popoli europei sono penetrate con la forza in Russia. L'esercito russo e la popolazione si ritirano via via, evitando uno scontro, fino a Smolensk e da Smolensk fino a Borodinò. L'esercito francese con una forza di propulsione sempre crescente si porta verso Mosca, meta della sua marcia. La sua forza di propulsione con l'avvicinarsi della meta cresce, come un corpo che cade aumenta di velocità a misura che si avvicina alla terra. Dietro mille miglia di un paese affamato, ostile; davanti, diecine di miglia che lo separano dalla meta. Ogni soldato dell'esercito di Napoleone lo sente, e l'invasione avanza di per se stessa, per la sola forza di propulsione.
Nell'esercito russo, a misura che si ritira, si accende sempre più lo spirito di ostilità contro il nemico: con la ritirata esso si concentra e cresce. Sotto Borodinò avviene lo scontro. Né l'uno né l'altro esercito è disfatto, ma l'esercito russo, subito dopo lo scontro, si ritira altrettanto necessariamente come necessariamente rimbalza una palla scontrandosi con un'altra palla che le va contro con maggior velocità; e altrettanto necessariamente (benché abbia perduto nello scontro tutta la sua forza) la palla dell'invasione che ha uno slancio impetuoso continua la sua corsa ancora per un certo spazio.
I russi si ritirano di centoventi miglia, oltre Mosca; i francesi giungono fino a Mosca e vi si fermano. Durante cinque settimane dopo di ciò non avviene nessuna battaglia. I francesi non si muovono. Simili a una belva ferita a morte che, versando sangue, lecca le sue ferite; essi per cinque settimane restano a Mosca, senza intraprendere nulla, e a un tratto, senza nessun nuovo motivo, scappano indietro: si gettano sulla strada di Kaluga (nonostante la vittoria, perché sotto Malojaroslàvets il campo di battaglia è rimasto di nuovo in mano loro), senza più impegnare nessun combattimento serio, fuggono ancora più rapidamente indietro fino a Smolènsk, oltre Smolènsk, oltre Vilna, oltre la Berezina e più in là.
La sera del 26 agosto Kutúzov e tutto l'esercito russo erano persuasi che la battaglia di Borodinò era stata vinta. Kutúzov scrisse appunto così all'imperatore. Kutúzov aveva dato ordine di prepararsi a riprendere la lotta per battere definitivamente il nemico, non perché volesse ingannare alcuno, ma perché sapeva che il nemico era vinto, cosi come lo sapeva chiunque avesse preso parte alla battaglia.
Ma quella stessa sera e il giorno seguente, una dopo l'altra. giunsero notizie di perdite inaudite, della perdita di metà dell'esercito, e una nuova battaglia parve materialmente impossibile.
Era impossibile dare battaglia quando ancora le informazioni non erano state raccolte, non erano stati portati via i feriti, non erano state integrate le dotazioni di munizioni, non erano stati contati i morti, non erano stati nominati nuovi comandanti al posto degli uccisi e gli uomini non avevano né mangiato né dormito. Ma intanto, subito dopo la battaglia, la mattina seguente, l'esercito francese (per quella forza di propulsione, aumentata ora come in ragione inversa del quadrato delle distanze) già si avanzava da sé solo contro l'esercito russo. Kutúzov voleva attaccare il giorno dopo, e tutto l'esercito lo voleva. Ma per attaccare non basta il desiderio, ci vuole la possibilità di farlo, e questa possibilità non c'era. Era impossibile non ritirarsi di una tappa, poi era impossibile non ritirarsi, allo stesso modo, di una seconda, di una terza tappa, e finalmente il 1° settembre, quando l'esercito fu sotto Mosca, malgrado tutta la forza del sentimento che si sollevava nelle file dell'esercito, la forza delle cose fece sì che queste truppe andassero oltre Mosca. E le truppe si ritirarono ancora di una tappa - l'ultima - e abbandonarono Mosca al nemico.
Coloro che sono abituati a pensare che i piani di guerra e di battaglia sono fatti dai condottieri nello stesso modo che ciascuno di noi, seduto nel suo studio davanti a una carta, fa delle riflessioni su come disporrebbe le truppe nella tale o tale battaglia, si presentano le domande: perché Kutúzov, durante la ritirata, non fece questo o quest'altro? Perché non occupò una posizione favorevole prima di Fili? Perché non si ritirò subito sulla via di Kaluga, lasciando Mosca? ecc. Le persone abituate a pensare cosi dimenticano o non conoscono quelle inevitabili condizioni nelle quali si svolge sempre l'attività di ogni comandante in capo. L'attività del condottiero non ha la minima rassomiglianza con quell'attività che noi c'immaginiamo, stando tranquillamente nel nostro studio ad analizzare sulla carta una campagna qualunque, con una data quantità di truppe da una parte e dall'altra, in un paese conosciuto, e cominciando le nostre riflessioni da un certo dato momento. Un comandante in capo non si trova mai nelle condizioni di inizio di un qualsiasi avvenimento nelle quali noi scegliamo di esaminare l'avvenimento stesso. Un comandante in capo si trova sempre nel mezzo di una serie mobile di fatti, e in modo che mai, in nessun momento, è in grado di riflettere a tutta l'importanza del fatto che si svolge. Il fatto impercettibilmente, momento per momento, si delinea nella sua importanza e, ad ogni istante di questo graduale ininterrotto delinearsi del fatro stesso, il comandante in capo si trova in mezzo a un complicatissimo giuoco d'intrighi, di preoccupazioni, di dipendenza, di potere, di progetti, di consigli, di minacce, d'inganni; si trova continuamente nella necessità di rispondere a una infinita quantità di quesiti che gli vengono posti, e che sempre si contraddicono fra loro.
Gli studiosi militari ci dicono con molta serietà che Kutúzov, già molto prima di Fili, doveva dirigere le truppe sulla strada di Kaluga e che anzi qualcuno aveva proposto questo disegno. Ma un comandante in capo, specialmente in un momento difficile, ha davanti a sé non un disegno solo, mai sempre delle diecine ad un tempo. E ognuno di questi disegni, basati sulla strategia e la tattica, ne contraddice un altro. Sembrerebbe che l'opera del comandante in capo dovesse consistere soltanto nello scegliere uno di questi disegni. Neppur questo egli può fare. Gli eventi e il tempo non aspettano. Mettiamo che il 28 gli propongono di passare sulla strada di Kaluga, ma intanto arriva un aiutante di campo di Miloràdovic a domandargli se egli debba impegnare subito l'azione coi francesi o ritirarsi. Egli deve impartire l'ordine subito, immediatamente. E l'ordine di ritirassi ci distoglie da passare sulla strada di Kaluga. E dopo l'aiutante di campo è l'intendente che chiede dove debba portare i rifornimenti, e il capo del servizio sanitario che chiede dove debba portare i feriti; mentre un corriere porta da Pietroburgo una lettera dell'imperatore che non ammette la possibilità di abbandonare Mosca; e d'altra parte un rivale del comandante in capo, quello che gli mina il terreno sotto i piedi (e di persone simili ce n'è sempre non una, ma molte), propone un nuovo disegno, diametralmente opposto al piano di passare sulla strada di Kaluga; e intanto le forze del comandante in capo richiedono un po' di sonno e di ristoro, e un rispettabile generale, saltato in una distribuzione di ricompense, viene a lamentarsi, e gli abitanti del paese supplicano d'esser difesi, e un ufficiale mandato a esaminare i luoghi riferisce assolutamente il contrario di ciò che ha detto l'ufficiale mandato prima di lui, e un informatore, un prigioniero e un generale reduce da una ricognizione, descrivono tutti in modo differente la posizione dell'esercito nemico. Le persone abituate a non comprendere o a dimenticare queste inevitabili condizioni dell'attività di ogni comandante in capo ci presentano la situazione dell'armata a Fili, per esempio, supponendo che il comandante in capo il 1° settembre potesse decidere con assoluta libertà il problema della difesa o dell'abbandono' di Mosca, mentre che, con la posizione dell'esercito russo a cinque miglia da Mosca, questo problema non si poteva porre. Ma quando fu risolto questo problema? Sulla Drissa, e sotto Smolènsk, e più visibilmente il 24 sotto Scevardinò, e il 26 sotto Borodinò, e in ogni giorno, ogni ora, ogni minuto della ritirata da Borodinò a Fili.