16- I CENTO GIORNI

 

Nei primi giorni della sua permanenza all’isola d’Elba, Napoleone considerava finita la sua vita politica e si proponeva di scrivere la storia del suo regno, ma già nell’autunno 1814 cominciò a seguire attentamente ciò che gli veniva riferito sulla Francia e sul congresso di Vienna. Luigi XVII era prudente, ma suo fratello e tutti gli emigrati si comportavano come se nessuna rivoluzione e nessun Napoleone fossero mai esistiti. Però essi dovettero presto convincersi che era impossibile distruggere le istituzioni fondate da Napoleone. I prefetti nelle province, l’organizzazione dei ministeri, la polizia, le basi dell’ordinamento finanziario, il Codice napoleonico, l’ordinamento giudiziario: tutte questa istituzioni rimasero intatte e così tutto quello che Napoleone aveva creato, compresa l’organizzazione dell’apparato burocratico, l’ordinamento dell’esercito, delle università e delle scuole, cioè tutto l’apparato statale napoleonico. Il re fu costretto a concedere la costituzione e fu lo zar a insistere su questo, convinto che senza costituzione i Borboni non avrebbero potuto reggersi. La costituzione dava il diritto di voto a un ristrettissimo gruppo di persone molto ricche e annunciava una limitatissima libertà di stampa e inviolabilità personale.

Gli ultrarealisti volevano indietro le terre confiscate durante la rivoluzione, ma nessuno osava farlo, però il solo fatto di parlarne provocava agitazioni nelle campagne. Appena caduto l’impero, la borghesia aveva provato un certo senso di sollievo, sorgeva la speranza che le guerre finissero, i commerci si rianimassero, i reclutamenti avessero fine e che cessasse l’arbitrio eretto a sistema, che nuoceva agli affari. Ma alcuni mesi dopo la caduta dell’impero e l’abolizione del blocco, i manifatturieri, benché non lo facessero i commercianti, cominciarono a lamentarsi. Le merci inglesi che invadevano l’Europa spazzavano via la produzione francese.

Incapaci di restaurare l’antico regime, incapaci di intaccare la struttura eretta da Napoleone i Borboni rendevano instabile la situazione politica, specialmente le campagne erano molto irrequiete. Soldati e ufficiali consideravano i Borboni un male necessario e risorgeva in loro il ricordo di "lui", dell’uomo che li aveva guidati verso favolose vittorie, il grande eroe, il magnifico condottiero, il compagno d’armi, il "piccolo caporale" che li ricordava per nome.

Napoleone ben conosceva lo stato d’animo dei contadini e quando giunse dalla Francia nell’isola un funzionario mandato da Maret, già ministro napoleonico delle finanze, per narrare all’imperatore del crescente malcontento e per dirgli che quasi tutto l’esercito lo considerava il solo legittimo sovrano, egli si decise e il 26 febbraio s’imbarcò con circa 1100 soldati in assetto di guerra e il primo marzo 1815 raggiunse la costa francese nel golfo di Jouan. I doganieri accorsero gridando "viva l’imperatore!". Cannes e Grasse non opposero la minima resistenza; subito dopo Napoleone si diresse verso Grenoble e il 7 marzo giunse nel villaggio di La Mure. Lontano in ordine di battaglia si vedevano le truppe inviate dalle autorità realiste col compito di sbarrare la strada di Grenoble. Le truppe reali avrebbero potuto sterminare quelle dell’imperatore, ma il loro comandante, constatato che i suoi soldati tremavano al solo pensiero di dover sparare contro l’imperatore, ordinò di ripiegare. Ma 50 cavalleggeri di Napoleone li fermarono e Bonaparte si accostò ai soldati immobili e disse: "Soldati del quinto reggimento mi riconoscete?" Essi risposero: "Sì, sì!", Napoleone si scoprì il petto e chiese: "Chi di voi e disposto a sparare contro il suo imperatore? Sparate!". Tonanti grida di saluto gli risposero. Tutte le truppe che il governo aveva mandato per la difesa di Grenoble passarono dalla parte dell’imperatore, che entrò a Grenoble accompagnato da queste truppe e da una folla di contadini. Napoleone annunciò alle autorità di Grenoble che aveva deciso di dare al popolo la libertà e la pace, che prima aveva "amato troppo la grandezza e le conquiste", ma che ora avrebbe condotto una politica diversa. Disse che veniva a liberare i contadini dalla minaccia di una restaurazione del regime feudale e che veniva a garantire ai contadini il possesso delle loro terre e dichiarò che voleva fare dell’impero una monarchia costituzionale rappresentativa. Dopo di ciò egli mosse su Lione con 6 reggimenti e forze di artiglieria abbastanza notevoli. Grandi folle di contadini lo seguivano, essi giungevano da ogni parte portando provviste e offrendo ogni aiuto possibile.

Quando a Parigi giunse la notizia dello sbarco di Napoleone si notò che i rivoluzionari, i giacobini e gli atei si rallegravano del ritorno del despota che all’inizio della sua carriera aveva soffocato la rivoluzione e che aveva continuato ad opprimere coloro che la sostenevano. La borghesia più ricca era desolata e temeva una nuova guerra e una nuova rovina del commercio. I liberali costituzionali vedevano nella possibile vittoria di Napoleone il ritorno del dispotismo militare e la fine di quella forma di partecipazione al potere che essi speravano di realizzare sotto i Borboni. I realisti erano in preda al panico. Fu deciso di mandare contro Napoleone il maresciallo Ney che era molto popolare nell’esercito. Intanto le truppe passavano all’imperatore senza combattere: provincia su provincia, città su città cadevano in suo potere senza ombra di resistenza. Il fratello del re andò a Lione col maresciallo Macdonald; il maresciallo adunò tre reggimenti e ricordò loro che sarebbe scoppiata una nuova guerra con l’Europa se Napoleone avesse trionfato e li invitò a salutare il fratello del re col grido: "viva il re!"; un silenzio di tomba fu la risposta. Gli ussari napoleonici intanto stavano già entrando in città, Macdonald andò loro incontro con le truppe ritenendo di dover combattere, ma i suoi soldati si unirono a quelli di Napoleone. Il 10 marzo Napoleone entrò a Lione, dove riconfermò che avrebbe dato alla Francia la libertà interna e la pace. A Lione firmò l’atto che dichiarava abolite le due camere create da Borboni, revocò i giudici da essi nominati, nominò magistrati nuovi e ricostituì formalmente l’impero deponendo i Borboni e annullando la loro costituzione, quindi mosse su Parigi con 15000 uomini. Ney andò a Lons le Saunier per affrontare Napoleone; gli sembrava che l’abdicazione dell’imperatore fosse la sola via per la salvezza della Francia, Napoleone aveva violato il patto stipulato con le potenze e ciò avrebbe portato a una nuova guerra con l’Europa. Intanto le forze di artiglieria che dovevano giungere per aiutare Ney erano passate a Napoleone, mentre città su città scacciavano le autorità realiste e passavano all’imperatore. Le esitazioni di Ney cessarono e riuniti i suoi soldati disse: "La causa dei Borboni é perduta per sempre. La legittima dinastia che la Francia si é scelta risale sul trono." Il 20 marzo Napoleone entrò a Parigi, dove una folla si gettò verso l’imperatore e, respinto il seguito, aprì lo sportello della carrozza e con grida interminabili lo portò a braccia nel palazzo, mai egli era stato accolto così a Parigi.

Un uomo disarmato, dopo aver percorso il paese dalle coste mediterranee fino a Parigi, senza uno sparo aveva scacciato i Borboni ed era salito sul trono di Francia. Ma egli sapeva che ancora una volta non portava la pace, ma la guerra e che l’Europa avrebbe fatto di tutto per impedirgli di raccogliere le proprie forze. Napoleone capiva che il suo successo era in gran parte dovuto alle promesse fatte ai contadini, promesse per lui facili da mantenere. La cosa più urgente era un’altra: dopo 11 mesi di monarchia costituzionale e di una certa libertà di stampa, la borghesia si aspettava quel minimo di libertà che i Borboni le avevano dato. Napoleone decise quindi di fare una riforma liberale dello Stato che soddisfacesse la borghesia e pacificasse i giacobini. Propose così al teorico liberale Constant di preparare una costituzione; Constant non fece altro che prendere la costituzione data da Luigi XVIII e darle un tono più liberale. Il censo venne abbassato, alla stampa venne assicurata una libertà maggiore che sotto i Borboni e oltre alla camera elettiva dei deputati venne istituita una "camera alta" i cui componenti erano nominati da Napoleone. Le leggi avrebbero dovuto passare per le due camere e poi venir ratificate dall’imperatore. Napoleone desiderava solo differire le elezioni e la convocazione delle camere finché la questione della guerra non fosse stata decisa, se avesse vinto si sarebbe poi visto che fare dei deputati, della stampa e di Constant, per il momento la costituzione doveva tranquillizzare l'opinione pubblica. Ma la borghesia credeva poco al liberalismo di Napoleone e insisteva per la convocazione delle Camere. Così la costituzione, sottoposta a plebiscito, venne accettata e il primo giugno avvenne l’apertura delle camere

Il 12 giugno Napoleone raggiunse l’esercito per l’ultima gigantesca battaglia della sua vita contro l’Europa.
La coalizione aveva incrollabilmente deciso di farla finita con Napoleone, che fu dichiarato fuorilegge quale "nemico dell’umanità". Gli Austriaci erano ancora lontani, quindi la prima cosa da farsi era respingere gli Inglesi e i Prussiani; Wellington si trovava con l’esercito inglese a Bruxelles, Blücher coi suoi prussiani tra Charleroi e Liegi. Il 14 giugno Napoleone iniziò la campagna invadendo il Belgio; il 16 giugno ci fu una grande battaglia tra Bonaparte e Blücher presso Ligny, dove Blücher fu sconfitto e respinto. Il giorno seguente Napoleone diede 36000 uomini del suo esercito al maresciallo Grouchy, ordinandogli di continuare l’inseguimento di Blücher, mentre egli col grosso delle forze puntò direttamente su Bruxelles.

Wellington era sull’altopiano di Mont St.Jean a sud di Waterloo e decise di attendere i francesi in questa posizione fortissima e di mantenervisi a qualunque costo finché Blücher non fosse giunto in suo aiuto. Il 18 giugno 1815 Napoleone e Wellington erano uno di fronte all’altro, Napoleone aveva 72000 uomini e attendeva i 36000 di Grouchy, Wellington ne aveva 70000 e attendeva Blücher con 50000 uomini. Napoleone attaccò gli Inglesi, intanto Blücher, che con un inganno era riuscito a sfuggire all'inseguimento del maresciallo francese,accorreva in aiuto degli Inglesi, ma Napoleone non si preoccupò perché pensava che Grouchy fosse alle sue calcagna. Napoleone continuava l’attacco contro gli Inglesi e subì enormi perdite, ma gli Inglesi tenevano duro e anche se cadevano a centinaia non arretravano dallo loro posizioni principali. Napoleone lanciò infine contro il nemico la guardia conducendo egli stesso l’attacco, ma in quel momento arrivò Blücher, che piombò con la sua cavalleria sulla guardia che si trovò così tra due fuochi e Grouchy non giungeva. Tutto era finito e la guardia si ritirava lentamente continuando a combattere. In altri punti le truppe francesi resistettero, ma poi si dispersero in varie direzioni sotto gli attacchi delle forze fresche prussiane; intanto centinaia di migliaia di russi e austriaci si avvicinavano alle frontiere francesi. L’esercito francese era sconfitto, il dispotismo militare era vinto dal dispotismo feudale. Lo stesso Napoleone dava questo senso alla battaglia: " le potenze non conducono la guerra contro di me, ma contro la rivoluzione. Essi hanno sempre visto in me il suo rappresentante, l’uomo della rivoluzione".

Dopo Waterloo Napoleone andò a Parigi, ma non per lottare per il trono, ma per cedere tutte le sue posizioni. Questo perché egli sentiva che la sua opera era finita e non vi era più posto per lui e perse ogni interesse per la vita attiva. Il 21 giugno, giunto a Parigi, convocò i ministri; Carnot propose di chiedere alle Camere la proclamazione della dittatura di Napoleone, ma egli non accettò. La gente si esprimeva contro l’abdicazione dell’imperatore e per la continuazione della guerra contro l’invasione, ma Napoleone non voleva più lottare e non voleva più regnare. Egli vedeva che la borghesia lo abbandonava, che ormai la sua opera non le era più necessaria, anzi le sembrava pericolosa. Perso il sostegno di quella classe che era stata il fondamento di tutto il suo regno, egli rinunciò definitivamente alla continuazione della lotta e il 22 giugno abdicò per la seconda volta a favore di suo figlio. Una folla enorme si raccolse gridando: "non occorre l’abdicazione!", mai il popolo, quel popolo che paga e combatte, aveva manifestato maggiore attaccamento per l’imperatore. La borghesia cominciò a preoccuparsi e a temere una rivoluzione.

Il 28 giugno Napoleone partì per il porto di Rochefort con l’intenzione di andare in America, ma la squadra inglese occupava il porto e da Parigi giunse l’ordine di salpare solo se gli Inglesi non erano nelle vicinanze. Napoleone mandò allora Savary e Las Cases a trattare con gli inglesi che dissero che non li avrebbero lasciati passare perché non avevano la garanzia che Napoleone non sarebbe ritornato di nuovo dall’America in Europa. Allora Bonaparte decise di affidare la sua sorte all’Inghilterra e il 15 luglio s’imbarcò sulla nave inglese Bellerofonte. Il più potente, tenace e minaccioso nemico che l’Inghilterra avesse mai avuto era finalmente nelle sue mani.
 

cartina e cronologia del periodo napoleonico

 


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