17- L’ISOLA DI SANT’ELENA 1815-1821
 
 

Il governo inglese decise di mandare Napoleone sull’isola di S.Elena, poiché, data la sua posizione nell’oceano e la sua distanza dalla terraferma, avrebbe reso impossibile il suo ritorno . Dopo due mesi e mezzo di navigazione, il 15 ottobre 1815 l’imperatore prigioniero sbarcò sull’isola dove avrebbe finito i suoi giorni. Pochissime persone ebbero il permesso del governo inglese di accompagare Napoleone nel suo esilio. Nell’isola vi erano inoltre i rappresentanti di Francia, Austria e Russia. C’era inoltre un intero reparto per la difesa dell’isola; sia i soldati che gli ufficiali di questo distaccamento manifestavano per Napoleone -nemico mortale dell’Inghilterra- non solo rispetto, ma anche simpatia, essi gli mandavano mazzi di fiori e chiedevano alle persone del seguito il permesso di guardare di nascosto l’imperatore. I commissari delle potenze rimasero stupiti dell’influenza che quest’uomo prigioniero, privato del trono e sorvegliato a vista esercitava su tutti quelli che gli si avvicinavano.

Napoleone era cupo e malinconico, ciò che lo abbatteva era l’ozio. Egli leggeva molto, faceva passeggiate a cavallo, camminava e dettava le sue memorie a Las Cases; ma passare così l’esistenza dopo aver lavorato per tutta la vita 15-18 ore al giorno era insopportabile per lui, ma egli sopportava stoicamente. Una volta espresse il rincrescimento di non esser stato ucciso a Borodino o nel Cremlino. Talvolta egli parlava di Borodino, di Dresda e ancor più spesso di Waterloo; egli ricordava con orgoglio i " cento giorni" e "l’amore del popolo" verso di lui. Ora riconosceva che l’invasione della Spagna fosse stato il suo primo errore e la campagna di Russia del 1812 il secondo errore e il più fatale. Ma il suo pensiero non si soffermava mai sul mare di sangue che per vent’anni aveva coperto l’Europa.

Quando giunsero notizie circa il fermento rivoluzionario e le agitazioni studentesche in Germania Napoleone disse: "avrei dovuto fondare il mio impero sull’appoggio dei giacobini perché la rivoluzione giacobina é un vulcano per mezzo del quale si può facilmente far saltare la Prussia e con essa tutta l’Europa" (" con le mie armi e la forza del giacobinismo"). La rivoluzione giacobina cominciava ad apparirgli come un alleata, che egli aveva respinto invano.

Già nel 1819 le sue condizioni di salute andarono peggiorando e nel marzo 1821 i terribili dolori divennero più frequenti: si trattava del cancro, malattia ereditaria nella sua famiglia. Il 13 aprile scrisse il testamento; esso contiene quelle parole che sono ora incise nel marmo che dal 1840 racchiude le sue spoglie, sotto la cupola degli Invalidi a Parigi: "Desidero che le mie ceneri riposino lungo le rive della Senna, fra il popolo francese, che ho tanto amato". Egli lasciò parte del suo denaro alle persone che lo avevano servito nell’isola e a molti dignitari e generali noti per la loro fedeltà, ma la parte essenziale dei suoi beni la diede agli ufficiali e ai soldati che avevano combattuto sotto le sue bandiere e ai paesi di Francia che avevano sofferto per l’invasione del 1814 e del 1815. Al figlio raccomandò di non andare mai contro la Francia e di ricordare la massima " tutto per il popolo francese".

I suoi dolori divennero sempre più terribili e alle 6 di sera del 5 maggio 1821 Napoleone spirò e il suo servo Marchand portò piangendo il vecchio mantello che Napoleone aveva indossato il 14 giugno 1800 durante la battaglia di Marengo, e coprì con esso il cadavere.
 
 



 

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